E' nata a Cagliari da padre sardo e madre marchigiana, ma vive da molto tempo ad Apecchio (pu). Inizia a scrivere all'età di quattordici anni e questa passione, assieme alla sofferenza psichica, non l'abbandonerà mai. Scrive Vanessa "erano come due mondi antagonisti ma inscindibili l'uno dall'altro. La scrittura portava la luce dentro la mia mente, la depressione la ricopriva di buio". Ma sarà proprio lo stato depressivo a permetterle di scavare nella più profonda interiorità degli esseri, uomini e donne, senza trovarvi somiglianze assolute. L'essere donna, rivendicato ed esaltato con forza nei suoi versi, è il contenuto più vero della sua poesia. Pene d'amore, d'abbandono, di solitudine interiore, non sono mai definite, la poesia è la sua ancella devota e rassicurante. Ha pubblicato con l'editore Ernesto Paleani "Le Trame del Risveglio", ha lavorato a raccolte di poesia, ancora inedite, integrate in una sola raccolta "Il delirio degli angeli".

Ernesto Paleani dice di lei: "Sofferta, libera, espressiva! Vanessa esprime le proprie sofferenze aprendo la finestra del mondo con la sottile possibilità di scavalcare il balcone della vita e volare, lasciando scorrere nelle parole la voce dell'anima."

Le poesie


Armonie nascoste

Impronte di donna

Le ceneri del divenire

Le trame del risveglio

Di....vento POESIA

Comparse

Il delirio degli angeli

A mio padre





Armonie nascoste

Ho bisogno di rifugiarmi nell’amore per sentire la verità del mio essere ho bisogno di scavare nell’amore, scavarlo a fondo per ritrovare l’unità con me stessa quel sentimento di unità che è luce, che è una preghiera scritta con la luce. Questa luce è l’incisione del tuo respiro impresso sulla mia anima , io sento, lo sento nelle carni, sento di aver bisogno di tutta questa luce per trovare la mia storia, cominciare ad esistere : perché è l’amore che rende reali.

1-Senso d’Oriente e melodie della luce che appare ai miei occhi
con un cadere verticale sul fondo del mio cuore
del mio essere ignota a me stessa, del mio spirito che chiede la carne,
della mia carne livida e senza forza espressiva.

2-Tu che attraversi le foreste statiche delle mie immagini feroci: ti spargi orizzonte
accompagni un ritmo sensuale e rotondo: che piega il mio corpo
sulla scia dirompente della vita

3-Un angelo rosso apparecchia la tavola del mio banchetto di visi decadenti
e il cielo è il largo occhio tiranneggiante del tuo rimirarmi in giostre di luci e d’ombre
che si sfilano dal corpo pudico che rivela paure stampate sul tuo volto: un tremito:ed è una spia
addestrata ai serragli di un destino ingrato.

4-Se tu tentenni nel buio della mia dimensione terrena: io sono l’anacoreta senza ritorno e senza ritegno, che spia il legame con il proprio inferno: per sapere che cosa significa essere una donna,
che ama, che ti ama, che ama il tuo cuore dannato e sciolto in tiepidi volteggi sul verde dei miei anni migliori: su di un verde di rivoli neri per te che danzi con il tuo morire, per coloro che cantano con questo vento fetido, ma ancora dolce, intatto. Approssimativo il dolore e l’angoscia che ho nel sangue se ti chiamo per nome.

5-Fai di me la tua oscenità snella e leggera aperta al simbolo femminile di un sorriso,
fai di me il bersaglio delle mie flaccide membra ottuse: corrose dal fuoco dei tuoi vigorosi linguaggi, ma ancora troppo deboli per dare un senso alla morte e alla vita.
Alla mia vita:
che è un sinuoso vicolo cieco, macabro e carnevalesco inquadrato da un misero obbiettivo
di Primavere senza languore, di paradisi senza candore: di paradisi senza girotondi di baci.
La tristezza mi raggiunse molto velocemente la sera che il tuo occhio da rettile sentenzioso mi
raggelava il sangue impregnato di sermoni senza forza visiva, di pulsazioni intime e solitarie, di erotico bisbiglio il quaderno che non sfoglio dove io sono povera e falsa perchè non posso dimenticare la tua paziente bocca suggestiva fregio delle mie vergogne: i tuoi abbracci robusti e sagaci che mi accompagnano dentro un silenzio pieno di folle dubbiose: amareggiate dal disincanto di una libertà soltanto illusoria.

6-Sono figlia
di una libido malsana: malfatta la vorace ricercatrice che barattava monete d’oro
per un tuo solo e unico sguardo. Gli eroi non esistono più: pervertiti in tragedia,
e anche il mio spirito caduto sotto alle scaltre impronte di donne che scavano nell’amore
per sentirsi veramente vive, per sentirsi intensamente donne.

7-Un grido si raccoglie desto
e si allarga: sul mio essere sola:
mi staglio splendente
sull’oblioso mare

8-La tua lingua parassitaria ha scosso le fondamenta della mia identità
e non sono più stata in grado di riconoscermi
La spontaneità era un lusso per pochi iniziati: sapienti tribù disperse
nella sfera onnipotente dei tuoi grattacieli gaudenti. Che nel tuo essere più profondo
tu eri avvolto dalla semplice natura dell’amore.

9-Avvolta dall’oscurità dei tuoi assiomi sulla natura divina
non ero più in grado di definire l’amore.
L’amore era quella cosa molto semplice ed elementare che nessuna
persona semplice con un livello di comprensione molto elementare
sapeva spiegarmi.
La tua pazienza infinita mi commuoveva disperatamente
ecco perché ti ho offerto le mie lacrime come segno di devozione
ecco perché ti ho offerto il mio Olocausto spirituale e non sopportavo l’idea
che tu esistessi ancora  al di fuori del mio spazio esistenziale
ombreggiato da un insostenibile senso di lealtà verso l’intera solitudine umana.
Quando mi pareva di sentire l’immediata sensazione della tua presenza: fra le quattro mura del mio malessere penetrato in ogni fibra del mio amore silenzioso, quasi sovrannaturale.

10-Perché non sento più Dio: calarsi attraverso la carne di questo amante scevro di tenerezze
ma dotato di tortuose ironie molto più incalzanti delle mie: remora di passioni ancorate
a un viottolo di fango innocente: voce del tuo sentimento popolare
Con te volevo essere per divenire
con te volevo divenire per essere
una figlia affranta dal dolore di lasciarti andare in quel buio.

11-Sangue genuino e lacrime fragranti accompagnano il mistero della tua dipartita,
ho sempre saputo che le sbarre delle mie prigioni erano costruite con la negatività dei miei pensieri
ho sempre saputo del tuo essere illimitato, per un po’ mi adagiai sulla curva del tuo cuore per ascoltare in un silenzio assoluto le tue armonie nascoste.

12-Il tuo denudarmi era per infrangere il delicato velo del disinganno
il tuo denudarmi era per rendermi sacra nella pelle e nell’anima
il tuo denudarmi nelle mie vulnerabili maniere di essere: immagine del servizio,
era la mia sofferenza offerta attraverso l’amore  a Dio. Nel mio profondo nucleo di insicurezze
la tua azione contro me stessa era per farmi perdere il senso di  me stessa ai confini della tua lucida follia . La tua azione insieme a me stessa era per ritrovare la pace, la perfezione, la grazia
di un giglio smembrato e incenerito: tenebra profonda della vita: che mi volevi anonima e senza volto: perché era te che volevo prendere in questa luminosa grazia.

13-Avevi fattezze impenetrabili: per quando stendevi le mie rotondità procaci in un cielo di sparse devastazioni e di nubi gonfie di oscurità, dallo stesso sigillo che tu imprimevi sulla carne delle donne nella loro curva verso Dio.
Dalla tua stessa voce che lasciava orme nel nulla
tu prorompevi in ricchi flussi di fiori celestiali
ma anche una sintonia malvagia riluceva nelle profondità dei tuoi occhi neri  e di rapina
Ed io cercavo solo le tue mani: io attendevo le tue mani colmarsi delle mie estremità carnose.

14-Mite sei nella freschezza dell’erba verso cui allungo le mie bianche gambe
mite sei nello sguardo e nell’amore naturalmente insito nel tuo cuore.

15-Ossequiosa ribellione di cani neri simboli della vita
custodi di una realtà che non avanza un passo senza un po’ d’ingegno. 

16-Incauta sfrontatezza
incauto umore di bassifondi e di sporcizia.
Hai leccato le mie ferite di guerra e poi mi hai buttata in una guerra ancora più feroce:
abituarsi alla realtà di tutti i giorni, senza alcun fremito di elevazione in sobborghi che profumano di panni stesi. Sussurrarmi un sodalizio con la parte in ombra di me stessa
l’aspetto ordinario della mia esistenza è quando tu cessi di suonare il lungo pianoforte
è quando tu cessi di ispirare i miei fiori che avvizziscono in una completa sterilità.
Perché da quando sei comparso nello spazio bianco della mia esistenza: tu mi hai tolto tutto
tranne il senso di Giustizia caritativa della mia anima remissiva e fortemente compensatrice.

17-La beatitudine è scomparsa sotto agli strati della mia coscienza
un pugno di cenere che io disperdo coi tuoi tanti volti senza sguardo nel luminoso, livido mare. Non ho più voce io, io che sono divenuta un acrobata deforme e istrionica nell’arena tonda del                                                                                                   verso.
Vaste piaghe celesti ho dovuto affrontare per ricordarmi del tuo cammino: ed io non chiedevo altro
che di meritare il tuo sentirti orgoglioso di una chimera assetata di sangue e di realtà.

18-Sono stata il tuo animale umile e remissivo: per abituarmi ai tuoi incondizionati incontri con Dio sono stata la tua regina più servile; chi vorrà più parlare civilmente con me?
Chi verrà ha portarmi grandi parole lungo il mio sentiero di semi non ancora concimati?
Ti guardavo perché volevo sapere qualcosa , la mia anima chiedeva delle risposte: ma tu mi portavi la tua buona frutta matura al manicomio  dei cuori fatti a brandelli.
Anche se io mi sentivo ancora pulsante di vita, di amore, di odio, accecata dalla potenza
del sole in un spericolato squarcio d’Estati
urbane.

19-Anche il mio deserto di nomadi vaganti è stato sterminato, tutti i miei sogni sono andati distrutti, in una assenza di padri assorti,
in una patetica bruma di perdizioni mai fino in fondo consolate
per i miei sensi dilatati che aderivano perfettamente alla saggezza del tuo spirito vegliardo.
Hai fatto in modo che la mia sensibilità si maturasse da sé : mi hai lasciata sola dentro una fede                                                                                             

astratta, fatta di preghiere esangui e di orientali albe assassine.

20-La terra tremò appena quando intuii il tuo sguardo severo risalire un arabesco di fantasie estatiche.

Il senso più genuino della religione fraterna è andato perduto nella mia testa piena di sonno: quando tu più non mi conducevi con la tua mano amica e nemica. Io sono andata perduta e piansi: piansi le sette campane del cielo, piansi per ritrovarmi ed essere nel tuo nome e nella tua misericordia. Solo un abisso mi illuminava da laggiù con il terroso odore dei miei ricordi, con il terroso senso di una nostalgia divenuta mostruosa.

21-Tu che innalzasti l’umida vergine e poi le tarpasti le ali in una tresca amorosa
tutto cominciò dai miei istinti più bassi accompagnati dal rombo dei tamburi
molti cani rabbiosi vennero a stritolarmi le ossa per farmi forte: in un dolore messo al servizio della comprensione, della compassione: con cui guidavi il tuo io che germinava speranze concrete, e costruttive sperimentazioni                                                                                                                                                             per l’arsa desolazione del mio destino.

22-Hai fatto di me l’eletta dei tuoi più lucidi deliri
mi hai condotta a tentoni lungo i confini della tua sublime e terribile follia
attraverso i confini del tuo io, increscioso io, fissato in un ruolo che m’urtava nella freddezza della parete iniqua che tu incrementavi di grida colme di solitudine così come doveva essere la nostra separazione tra il ciclo della tua vita e l’infinito mio amore.

23-Le cose devono seguire il corso della loro natura
così, nella luce di un lampo io intesi il tuo abbandonarmi crescere nel doloroso vuoto di un paradiso spietato: del mio cuore che cerca l’onestà di un tozzo di pane nero, una stradina dove appartarsi in silenzio per fingere di non essere dominati dall’istinto criminale, un assenza dove nessuno è iniziato al senso dell’Umanità nell’uomo. Se tu hai inquinato il fiume della mia fresca bellezza: se tu hai contaminato il fiume della mia profonda natura pervertita in rabbia: perché tanto ti occupasti di rendermi splendida e veggente? Le età delle tue battaglie mostrano un volto aperto e pulito, un volto pieno di immagini improntate alle forme dell’angoscia e delle tue sfinite speranze.
Ma a che scopo le grandi solitudini e i tuoi grandi silenzi ?
Se non hai mai provato la lieve brezza di un amore andato insieme con il sole.

24-Da quando ti ho conosciuto non so più chi sono:
da quando ho accarezzato l’odore della tua sessualità in una fusione d’anime
ho perso il centro del mio vero essere, il senso stesso del mio corpo sprofondato nelle sabbie mobili
della mia vita quotidiana: che ha cancellato il tuo nome, la tua fisionomia, il tuo volto e sotto al volto: il ritmo del sangue che accelera, nessuna corrente di pensieri, solo una carne in cui possa                                                                                                              perdermi, non saper più tornare dall’oceano della vita e della morte dove umidi pensieri primordiali mi avvolgono in forme di rabbia e di passione.

25-Eppure non ho mai conosciuto verità più lampanti: senso di giustizia in una mente così vigile:  ti riconobbi subito, per istinto: appena appoggiasti  le tue molli labbra sulle mie, fu il primo bacio del più travagliato parto di me stessa, delusa ancora prima che tu tradissi l’albero del bene e del male che era il sangue del tuo stesso sangue: assente amore d’uomo, caldo latte che lascia trasparire momenti di tensione, impeti , segreti trasalimenti, ombre debolmente visibili intrecciate a un corpo morto d’amore: che ancora sopravvive nel coraggio della fede e del sacrificio che mi vuole arsa dentro la mia imperturbata voce di madre: nel mio frenetico bisogno di riconoscerti, di riabbracciarti nell’armonia dei tuoi pensieri e della mia stagione più distrutta.

26-Ora la vita mi scivola addosso come un fiume di assurdità se penso al tuo volto sempiterno aperto sui mari della mia incredulità.

27-Fantocci terribili risorsero dal mio passato per tessere: le trame  di una mente ambigua che s’inganna da sé e dà voce a scaltre manipolazioni che corrompono le sentinelle di guardia alle porte del mio pieno e naturale diritto di essere felice. E usa la propria intelligenza creativa per distruggersi, e non per vedere in questo gioco di esistere la freschezza e la spontaneità di ciò che è ancora innocente. Un ‘idea, un’azione, un pensiero triste da incarnare danzando con i tuoi sguardi puliti , potrei desiderare di morire sotto la volta del cielo.

28-Ti vidi ostruirmi le cavità degli occhi e subito smarrii la limpida visione della mia verità
la mia limpida ossessione della verità di ciò che tu eri aggrappato al mio seno, alla nostra storia vissuta il tempo di creare le premesse di un omicidio: dai tuoi occhi intuivo la decadenza: l’eco di una sessualità morbosa inzuppata d’amore nel suo lento consumarsi in odio: e nulla rimase a parte il fluire dei miei ricordi, foglie marce.

29-Io non sono nel verde sorriso dell’Estate , né abbracciata alla tua natura umana
e la tua pace sia una pace senza carne e sangue: io non so se ti amo per la purezza dell’incanto
o se la mia è solo una nostalgia tranquilla e visceralmente incastrata tra gli spigoli del dolore
Troppa luna ha impregnato le tue vesti di umori femminili, e di umide  impronte di donne
che hanno danzato per la tua perdita ingloriosa: io mi stringo nella mia pelle per dirti  che sento di essere tua figlia: e non avevo altro desiderio se non quello di renderti orgoglioso  della mia grande anima e della mia subdola maschera divoratrice.

30-Io non so se tra le oscure ombre e le verdeggianti valli imbevute di sole: le tue mani mi apparvero piene di viole innocenti, io non so quanto tu fosti disposto a metterti in gioco, mio amico della mia esile crescita che volubilmente potevi renderti nemico della mia via che era il principio degli uomini di fede: il tuo allontanarti dal mio cuore recise il mio legame con Dio, perso anche il legame selvatico con me stessa: non mi rimaneva altro che la sensazione o un remoto istinto di sentirmi vivere nella mia vera natura di creatura.

31-Riconosco che il tuo Dio era giusto perciò anche il tuo morire ai miei giorni è una morte giusta
questa tua morte che impregna il tessuto alacre dei miei pensieri che mi spingono in un vortice di frenesia senza ragione: nell’assenza di ragione mi dibatto fra le quattro mura della mia  forte bestia, perché da questo travagliato parto abbia vita un giglio cresciuto sulla pallida roccia dei miei  silenzi.

32-Sono cresciuta  affamata del tuo umile candore, ma il mio spirito ha maturato i suoi germogli per il bene  dell’Umanità , sono cresciuta con la mia intatta fede oltre tutte le illusioni della vita
che nel frugare entro la mia mente mai conobbi abissi ben più profondi delle tue tenebre anche se nel tuo volto vi era diffusa questa lieve luce di purezza, non mi accorsi mai di un tuo autentico sorriso ed io credevo alle spontanee, piccole impronte di chi andava in contro alla felicità
prima di cadere con te in quest’abbandono animalesco fatto carne: prima di incontrarti nel tuo cuore d’uomo :  che pulsava nel presente della mia resa, e accompagnava l’urlo alieno di tutte le solitudini
restituii il mio dolore all’ Universo mentre intravedevo nella mia sessualità l’abbraccio nero della colpa. Perché ero una creatura carnale venuta dall’ombra del giardino che tu hai lasciato morire
sono un anima clandestina che nel suo amare e morire definisce una sola natura
e oltre l’orizzonte dignitoso della tua virilità non vedrai mai il mio essere impregnarsi di sole e di silenzi Divini.

33-Per troppo tempo ho vissuto sotto l’influsso del tuo dominio psichico sulla mia estrema vulnerabilità sulla mia purezza, sulla mia spontaneità e hai strappato dal mio seno in fiore: il pulsare dolce della mia vita ancora serena ancora intatta, questo so quando mi guardo allo specchio: so di essere legata ai più crudeli istinti della natura umana: questo so quando il ricordo della tua persona sopravviene, so di essere una criminale, e di esserlo diventata solo per un eccesso di fiducia,  e di profonda sensibilità umana, per una scelta d’amore che aveva le tue fattezze impenetrabili: so di averti amato di un amore che baciava il cielo, so di continuare a crederti anche ora, anche adesso che preme ed incalza la dura stagione dell’odio.

34-Ecco ti offro la mia passione su di una mano livida e violacea
voglio ritrovarmi con te : nello scorrere di un fiume che sembra condurmi verso la mia esatta collocazione nella realtà, ma tutto questo ha le fondamenta di un sogno, di una dura bugia,
di un allucinazione

35-Voglio ritrovarmi con te dentro alla tua luce: una luce fatta per vedere i nostri angeli e demoni quotidiani o la pelle della bambina che io fui
prima di conoscerti nella tua cruda sessualità.
Prima di ricercarti sulla mia stessa carne, sul mio lato oscuro emerso con le esperienze della vita
una vita che ha i tuoi occhi disincantati, ma ha anche
dita lunghe e affusolate per ritirarmi fuori il cuore:
dal lento passare del tempo dove gabbie di uomini ciechi  resistono  il tempo di estirparmi la radice del potere: all’interno della mia coscienza di donna e del mio lento divenire un feroce profumo diffuso tra le bestie, una natura femminile sempre più sofferente, l’odore del sacro impresso per sempre sulla mia pelle ignuda, sulle mie grida ignude, e su tutta la mia inaudita, distruttiva rabbia.

36-Osa,
esponiti,
verso l’altro volto della vita: avvicinati sempre di più al marmo improntato dai miei sogni:
perché sei l’uomo che si è chiuso all’interno della mia sessualità per disperdere le mie ombre di dolore.

37-Sono stata cresciuta da un gigante che non pronunciava mai il suo nome
usava parole quasi impersonali che facevano di lui il perno di un anima riscattata
Egli non lasciava ombre sulle sinuosità del corpo femminile, ma la donna che prendeva forma in me: chiedeva di abbracciarlo in tutto il suo ombroso umore, in tutta la sua mite stagione, in tutto
lo splendore dei suoi occhi verdi che spiccavano per via di quella barba bruna che odorava di                                                                                                                                                                                               sandalo bruciato.
Egli mi lasciava sola affinché il mio cuore si purificasse da se, elevato e pronto per essere innalzato a Dio: ma io vedevo solo carne e sangue
era lui che vedevo in un impeto di eccitazione e volevo esprimergli tutta la mia gratitudine e dolcezza, ma neanche questo era vero: forse la mia unica certezza era quella di varcare la soglia di una chiesa assorta in preghiera, ma la mia fede era andata distrutta con i frammenti del mio essere
che si dibatteva nello spazio senza trovare un aggancio, o forse un vuoto abbaglio nel sole in cui ritrovarsi e sentire di essere carnali e sentire l’irreversibile pianto del cuore cadere a picco su di un                  mare di infertilità .

38-Tu che mi hai svelato il senso del mistero, e poi mi hai lasciata nuda e sola con addosso solo il peso del mistero e nessuno mi credeva: eppure la parte compassionevole della tua profondità umana
era ancora legata a me e mi ascoltava e raccoglieva le mie lacrime per poi spargerle in semi
la cui crescita sarebbe stata dolorosa, ma depositaria di saggezza.

39-Ora sai che il mio morire deve essere un amore trasportato ovunque dai raggi del sole, calpestato ovunque nelle sabbie e nei venti. Ora sai che voglio essere con te nel tuo volto aperto e pulito,
nella tua vasta solitudine, nei tuoi silenzi immensi, in quel groviglio di gioia e di dolore che è la tua espressione sorridente.
Quando indulgente mi spiegavi la metafora del deserto, quando mi spiegavi che cosa significava : l’essere soli. Tu sei sempre stato con me, ora che ti sento nel mio cuore: a sbrogliare le matasse del disinganno, perché sai che ho sempre chiesto di essere nuda e disarmata nel verde sorriso dell’Estate o abbracciata alla tua fresca natura umana.

40-Tu eri l’unico fiore rimasto vivo nel giardino delle mie recriminazioni, non ottenni niente in cambio
perché fu una mia scelta: vedere come negli anni più belli il mio amore divenuto debole e senza forza di espressione: si sgretolasse fra le mie mani, e sentire crescere la perfetta visione dell’odio
di fronte a un altare di burattini: sapevo di essere burattino anch’io ma mi rendeva viva vedere come la tua piantina crescesse forte e vigorosa: sapere che appartenevi a un seme speciale fatto per cuori potenti.

41-Voglio darti tutta la bellezza di cui sono capace, voglio darti tutta la femminilità di cui sono capace, voglio offrirti tutta la sensualità di cui sono capace, voglio offrirti tutto l’amore che mi è stato negato.

42-Sono cresciuta sulla roccia  : sono il fiore che ha trovato mille difficoltà, mille ostacoli nel venire al mondo : quando la mia lucida fronte s’innalzò in un perenne bacio di luce.

43-Vorrei fondermi con te ogni notte : fonderci con questo nostro modo di  amarci che và al di là
dell’amore stesso. Attraverso il noto e l’ignoto, il visibile e l’invisibile : tu eri il mio fresco arcobaleno evanescente per quando mi abbracciavi con i piedi nel fango, io ero la vasta desolazione che ti circondava con uno sguardo affusolato in una carezzevole malinconia

44-Perfino in mezzo alle folle inferocite io riuscivo a sentirmi sola
Perfino nel diadema dolce dei tuoi baci ho ascoltato il mio essere sola
L’anima era un magnete che attirava il mio corpo a rinchiudersi  nella parte introversa di me stessa
Potevo sentire la voce dei tuoi sensi assopiti nella calura d’estate
Volevo solo riscattare le parole innocenti di un giglio esile e calpestato

45-La tua seduzione era un canto che raggiungeva il marmo dei miei segreti e dei miei silenzi
Lungo le minuscole vie che sfociavano impietrite sul bianco mare
Lungo i vicoli stretti del mio mondo arroccato su di prodigiose altezze di abbandoni
Dove a sera il sonno scendeva con un odore di fumo e di minestra.

torna alle poesie


Hai attraversato quel buio dove io sono intima e sommessa
dove io dimoro e mi muovo in tiepidi volteggi di danza
poiché questa è la mia promessa di donna
passare dal buio alla luce, dissipare le tenebre per lasciar emergere i tuoi occhi
di cui intravedo un'armonia splendida e selvaggia, una natura libera e sciolta
che si arrampica sugli alberi e si lascia sfuggire dai rami una storta sillaba
che ti porta il mio nome e si chiama :pura dolcezza, pura semplicità, pura passione.

Avevi ali bianchissime per sfiorarmi appena, là dove io divenivo puro silenzio
un silenzio che si estendeva ed era un deserto rosso che prometteva sembianze di carne e di spirito
ad ammansire le feroci fusioni, le pericolanti illusioni attorno un tenero oblio di trasformazioni
appese agli occhi dell'Eternità.

Tu coltivi nel buio il mio amore: questo pallido giglio della nostra redenzione
che è l'abbraccio del cielo intorno alle nostre stanche facce di coraggio
ma di te ho scritto nel mio cuore, ho scritto parole di sangue e luce, di purezza e di amore carnale
di spiritualità e
d’istinto.

E per qualche istante nella mia solitudine ho avvertito il coro dei tuoi angeli dannati
caddi tremante ai tuoi piedi di cristallo soglie di luce e di amori inaccessibili
mi travolsero con storie di donne e di prigioni di donne accoccolate nel grembo di una parola muta
ma sempre più sensuale.

Dopo il sequestro dei tuoi volti tenebrosi e sfuggenti
ho rivisitato il mistero dei miei gemiti colpire le finestre aperte sull'anima
che per qualche breve istante ha conosciuto le molli fragranze delle notti
passate ad affusolare le levigate fattezze della carne.

La tua seduzione era un canto che raggiungeva il marmo dei miei segreti e dei miei silenzi
lungo le minuscole vie che sfociavano impietrite sul bianco mare
lungo i vicoli stretti del mio mondo arroccato su di prodigiose altezze di abbandoni
dove a sera il sonno scendeva con un odore di fumo e di minestra.

L'anima ama dire ciò che per sua natura le appartiene
e per quanto dolce sia stata la tua voce sussurrante hai fatto di me una musica emanata
dai tuoi sorrisi celestiali perché
anch'io comprendessi il valore di un bacio divenuto pura preghiera
il mistero di una scrittura della luce che mi mostrasse il tuo lato più sensibile ed umano
per fingere di non sentirmi sola ho animato e poi subito disfatto ogni forma di chimera
ho amato i tuoi occhi, sì,
la grande illusione dei tuoi occhi.

Hai fatto di me una piuma decaduta sulla fredda terra
il mio sangue si rigenerava mentre con la tua presenza più aggressiva
stimolavi venti di bramosia
rimaneva soltanto quel brivido acuto che correva sulla mia pelle affinché ritrovassi il mio contatto
con la terra, la mia passione carnale delle cose
avevo solo il tuo erotismo che si sbriciolava tra le mie mani.

La mia anima vuole essere il rifugio del tuo pensiero, delle tue fattezze, del tuo pericoloso nome
non occorre ch'io ti stia vicino, mi basta vegliare su di te come un angelo che non vedrai mai
ma neppure dimenticherai, lo terrai stretto nel firmamento del tuo cuore aperto e ricettivo contro le
cose invisibili. Perché sei l'uomo che per una sola notte ha vegliato sulla mia gioia e sopra il mio morbido sorriso.

Queste larghe braccia che ora mi avvolgono nel teatro inviolabile della tua fama e ricchezza, sono
vite che viaggiano su binari paralleli
e anche se cercassi di estrarmi dall'argilla delle mie origini tu rimarresti lo stesso gigante affettuoso
ma intoccabile. La mia femminilità fu provocata e spronata a donare se stessa, e a offrire i suoi
sorrisi a coloro che cercavano la via del bene, e il tuo volto cosparso di tanta bellezza non era fatto
per aprirsi a un istante di vero sentire, la superflua caricatura di te stesso non era fatta per sentire la
tenera essenza di ogni cosa.

Mi hai lasciata entrare nella tua vita a piccoli passi ma con dei doni immensi
avevi modi contadineschi di chi conosce bene la terra
ma la tua anima riluceva al sole e in ogni piccola gemma e io avevo ali ancora troppo corte per
raggiungerti nell'unione impossibile.

Da un sentiero che non dava il frutto io venni
da campagne e paesaggi bruciati io venni
per vedere le tue mani modellare il mio corpo, trasformarlo, farlo divenire un'aquila, un serpente, o una bella donna.

Per la visione di affrontarti con parole giuste e sincere
per la visione di afferrarti nella tua nudità recondita e molto semplicemente sopravvivere.
Ogni segno , ogni messaggio della natura mi porta la visione della tua assenza
ma anche una luminosa forza devozionale, un respiro.

L'amore che provavo per te era un infinita voglia di tornare alle origini della vita
l'essenza di amare e di essere amati era una risposta immediata sotto una tiepida ombra di fertili sorrisi
un dialogo di sguardi e di sfioramenti, la cattedrale di un perdono che faceva della mia povertà e aridità emotiva una carezzevole mano materna attaccata alla propria profondità di donna.


Impronte di donna

Tutti gli uomini che ho amato sono caduti dai vertici dei miei sogni ed erano pure braci ancora vive, ancora ardenti ma tu mi hai ridato quella speranza , quella gioia di vivere, quella forza della fede nella vita e nel cambiamento. Hanno divorato quella fievole creatura che era la mia anima mi hanno defraudata nel ventre: nel mio linguaggio più selvaggio e oscuro nella mia tremula ombra femminile che scorre con il sangue nelle viscere della terra mi hanno sradicata molto prima che io dessi il fiore ho dovuto seguire orme congelate dal tempo per ricordarmi da dove venivo, per sapere chi ero sono scivolata all’interno di una sconsolata fatalità dentro il vuoto di un estrema solitudine.

I tuoi occhi avevano la clandestinità di una notte senza fondo Per questo fui scelta da un Dio senza nome che ha scavato il mio volto e raccolto i resti di una cruda notte d’amore, di una cruda maschera della carità le tue parole si ritirarono appena videro il sangue, le tue mani virili tessero le trame del disinganno ed io rimasi sola, sola con le bruciature della passione che tu hai spento sulla mia pelle voluttuosa e ancora calda mi estesi sul labirinto dei tuoi sogni più carnali e le tue carezze più corpose tentavano di modellare il mio corpo in un grido di silenzi e di lacrime pietrificate

Ho dovuto attraversare l’esperienza del male per accostarmi alla parte dove ti batte il cuore con la mia umanità più profonda e matura, chiedo solo che l’amore torni e sia l’abbraccio forte della vita e sia la fragrante distesa di un corpo emanato per volontà divina poiché l’eros femminile non ha che questo gemito oscuro e sotterraneo che chiede la grazia agli splendidi illusionismi del reale, a quelle gabbie dorate entro cui tu sei potente e infantile la mia paura più grande è quella di vederti crollare come un idolo che ha dovuto sporcare il suo spirito di sangue per questo mi sono avvicinata a te perché la donna nasce dalla sofferenza.

Hai attraversato quel buio dove io sono intima e sommessa dove io dimoro e mi muovo in tiepidi volteggi di danza poiché questa è la mia promessa di donna passare dal buio alla luce, dissipare le tenebre per lasciar emergere i tuoi occhi di cui intravedo un armonia splendida e selvaggia, una natura libera e sciolta che si arrampica sugli alberi e si lascia sfuggire dai rami una storta sillaba che ti porta il mio nome e si chiama pura dolcezza, pura semplicità, puro dolore

Avevi ali bianchissime per sfiorarmi appena, là dove io divenivo puro silenzio un silenzio che si estendeva ed era un deserto rosso che prometteva sembianze di carne e di spirito ad ammansire le feroci fusioni, le pericolanti illusioni attorno un tenero oblio di trasformazioni appese agli occhi dell’eternità

Tu coltivi nel buio il mio amore: questo pallido giglio della nostra redenzione che è l’abbraccio del cielo intorno alle nostre stanche facce di coraggio.

Il sacrificio della donna è quello di crescere all’ombra di sé stessa non al tuo cuore di marionetta appesantito dall’immagine io chiusi gli occhi per tornare a riaprirli dentro una stanza inondata di sole e del luminoso senso di autenticità

ma di te ho scritto nel mio cuore, ho scritto parole di sangue e luce, di purezza e di passione, di spiritualità e di istinti

e per qualche istante nella mia solitudine ho avvertito il coro dei tuoi angeli dannati

ho avvertito la sinuosità scaltra del tuo sedurre aprirsi un varco attraverso il mio cuore in una tremula ombra di lacrime, di sorrisi, e di tremendi orgasmi.

Caddi tremante ai tuoi piedi di cristallo soglie di luce e di amori inaccessibili mi travolsero con storie di donne e di prigioni di donne accoccolate nel grembo di una parola muta ma sempre più sensuale

Ero talmente fragile che avresti potuto uccidermi per fare di me una vera donna di fede rapita nei sensi dalla potenza del sole che ti scorreva nelle vene e pulsava al ritmo del mio cuore incantato dalla durezza e dalla crudeltà del tuo stile

Hai fatto di me una piuma decaduta sulla fredda terra il mio sangue si rigenerava mentre con la tua presenza più aggressiva stimolavi venti di bramosia rimaneva soltanto quel brivido acuto che correva sulla mia pelle affinché ritrovassi il mio contatto con la terra, la mia passione carnale delle cose avevo solo il tuo erotismo che si sbriciolava tra le mie mani

Insieme abbiamo scavato dentro alle nostre languidi Primavere per cercare di che mangiare tu hai trovato la musica, io per sopravvivere ho trovato la poesia. Era la tua musica tribale, atavica quasi primordiale che tiravi fuori dalle mani per orchestrare la mia transizione da bruco a farfalla. Allora ignoravo il tuo piedistallo costruito dalle tue forme di successo

ricordavo soltanto il tuo sudore colare lungo il tuo torace d’uomo che sapeva andare in profondità molto in profondità nell’accarezzare, e nel toccare un fiore.

La donna è una lacrima azzurra Ha la forma di una musica sottile che ti penetra nel sangue È il ricordo di un’impronta viva e sempre più bruciante È il ricordo di un’Eternità mai perduta.

Mio amore oggi ho delle lacrime calde da offrirti poiché quello che mi hai insegnato Tu me lo hai anche proibito Hai acceso un piccolo fremito d’eccitazione lungo la mia pelle E sul mio volto colmo di emozione Se poi tu mi abbandoni proprio sul ciglio di un’ardita conferma io torno in questa terra anonima e bruciata di silenzi, mi innalzo in volo sui deserti del tuo amore. Mi accorgo di quanto vano possa essere il successo se il mondo non è che un finto agguato del nulla.

Mio bianchissimo angelo della verità Perché tu più non scendi a irrigare il giardino dei miei crudi giorni? Io ti attendo perché ho fede.

La mia anima vuole essere il rifugio del tuo pensiero, delle tue fattezze, del tuo pericoloso nome. Non occorre che io ti stia vicino, mi basta vegliare su di te come un angelo che non vedrai mai Ma neppure dimenticherai, lo terrai stretto nel firmamento del tuo cuore aperto e ricettivo contro le Cose invisibili. Perché sei l’uomo che per una sola notte ha vegliato sulla mia gioia e sopra il mio morbido sorriso.

Ho cercato d’immergermi nella mia profonda umanità Per portarti la verità di me stessa, ma tu volevi la carne chiedevi la carne dei miei giorni, la carne sconsacrata della mia più antica memoria la viva carne del cielo.

Sprofondata nella passione del tuo mistero di essere uomo. Il solo uomo capace veramente di uccidermi. Perché se ti guardo negli occhi mi fai sentire una vogliosa ombra Perché se non credi nella forza dell’amore che ho dentro Io cesso semplicemente d’esistere.

Dopo il sequestro dei tuoi volti tenebrosi e sfuggenti Ho rivisitato il mistero dei miei gemiti colpire le finestre aperte sulla mia anima Che per qualche breve istante ha conosciuto le molli fragranze delle notti Passate ad affusolare le levigate fattezze della carne.

Tu sei venuto sul mio fresco tappeto di silenzi ad ammansire il terroso odore dei ricordi Sotto una tenera penombra di orgasmi e per qualche breve istante la nostra carne sembrò Esultare E poi più niente Solo l’intimo raccoglimento in un sogno di violette e di margherite inclinate verso il sole.

L’anima ama dire ciò che per sua natura le appartiene E per quanto dolce sia stata la tua voce sussurrante hai fatto di me una musica emanata Dai tuoi sorrisi celestiali perché Anch’io comprendessi il valore di un bacio divenuto pura preghiera Il mistero di una scrittura della luce che mi mostrasse il tuo lato più sensibile ed umano Per fingere di non sentirmi sola ho animato e poi subito disfatto ogni forma di chimera. Ho amato i tuoi occhi, si, la grande illusione dei tuoi occhi

Un ‘immediata intuizione femminile mi rapisce gli occhi in un alba di nuove danze procreatrici di senso la tua calda ombra carnale scivola fra le mie cosce e fa di te il custode della mia fresca sessualità .

Desidero la tua musica perché sale dalle profondità del tuo essere uomo è tellurica, quasi sanguigna e si accorda perfettamente al genuino frutto delle mie viscere.

Quel tuo posarti delicatamente sul mio cuore e depositarvi un incancellabile traccia di devozione Quel tuo abbandonarti con lo sguardo distratto in una calma deriva di desideri che sorvolano la mia dimensione terrena per raggiungere il coro degli dei accompagnati dalle bianche forme della seduzione che ricade dentro di me con una stretta al cuore perché il mio volto è sempre conscio delle tue vaste lontananze, perché il mio volto si rammenta sempre il grido rosso dell’angoscia umana

Tu che mi scuoti con gentilezza perché la mia morte assomiglia a un profondo stato di grazia la luminosa grazia di tornare bambini sotto la volta del cielo e sentire lungo sentieri d’erba la libertà correre a piedi nudi è questo sole che sento ardere sulla mia pelle è la vivacità di queste loro sparse membra a darmi forza e a incoraggiare la mia fede nella vita è lo scintillio verde delle loro visioni in contrasto con la morte eternamente rinascenti dal fango delle loro piogge.

Ho ancora un retroscena irrisolto sul palcoscenico della mia vita e questo retroscena è il mio pallido volto che riemerge dal buio delle notti passate a combattere con me stessa. Ho ancora uno sguardo da allargare sulle pozze di sangue lasciate dalle mie truci esperienze, lasciate dalla mia profonda Umanità. Io mi raccolgo stretta fra le mie braccia lascio che sia il calore della tua voce a ripulire in me ogni traccia di dolore

lascio che sia il vento tormentato dei tuoi deserti a cancellare immediatamente il mio passaggio

Queste larghe braccia che ora mi avvolgono nel teatro inviolabile della tua fama e ricchezza, sono vite che viaggiano su binari paralleli e anche se cercassi di estrarmi dall’argilla delle mie origini tu rimarresti lo stesso gigante affettuoso, ma intoccabile. La mia femminilità fu provocata e spronata a donare se stessa, e a offrire i suoi sorrisi a coloro che cercavano la via del bene, e il tuo volto cosparso di tanta bellezza non era fatto per aprirsi a un istante di vero sentire , la superflua caricatura di te stesso non era fatta per sentire la tenera essenza di ogni cosa.

Il mio passo regolato in istintivo ritmo è gia la danza che si trascina intorno movimenti indigeni e tribali, so di non appartenere a questa Era a questo mondo a questa vertiginosa Galassia perché l’umile, semplice vento che mi accompagna con parole di fame e di sete mi commuove disperatamente La mia mente appartiene al passo di quella parte di Umanità scivolata dentro al fango della povertà: origine della vita.

Mi hai lasciata entrare nella tua vita a piccoli passi ma con dei doni immensi avevi modi contadineschi di chi conosce bene la terra ma la tua anima riluceva al sole e in ogni piccola gemma e io avevo ali ancora troppo corte per raggiungerti nell’unione impossibile Da un sentiero che non dava il frutto io venni da campagne e paesaggi bruciati io venni per vedere le tue mani modellare il mio corpo, trasformarlo, farlo diventare un aquila, un serpente o una bella donna per la visione di affrontarti con parole giuste e sincere per la visione di afferrarti nella tua nudità recondita e molto semplicemente sopravvivere.

Ogni segno, ogni messaggio della natura mi porta la visione della tua assenza ma anche una luminosa forza devozionale, un respiro.

Per la visione dei tuoi occhi terragni io avanzavo e accompagnavo la tua muta presenza in uno spazio assorto e carnale. Altalene di litanie si aprivano sulla bianca calma del mare ma dentro la mia assenza di fede il vulcano tornava a prepararsi inconscio.

Tu conosci bene il mio cuore perché quando ti chiesi di mostrarmi che cosa era l’amore tu sollevasti in aria una rosa rossa nell’abbracciarti sento scorrere il deserto mi sento chiamata dalla tua carne perché il tuo dovere è quello di spiare, sezionare, frugare in ogni angolo della mia psiche tornato a calarti nel tuo ruolo fisso allevi donne che vogliono tutta la tua vita e tutta la tua morte. Scateni bambini che si addormentano sui tuoi sogni e li frantumano.

Ricoprimi di oscurità e di selvatichezza rimargina le mie ferite aperte sul cuore risveglia i miei feroci occhi d’assassina perché la mia scrittura diventi donna.

Ho inciso con la scrittura tracce di sangue per rivelarti l’anima della femminilità perché è nel mio amore che tu ti distendi vicinissimo al baratro.

Tu eri il mio angelo l’angelo dalla pelle scura l’essenza che saliva dal mare un immediata sensazione della tua presenza sotto bianche lenzuola di silenzio

Vorrei afferrarti nella tua nudità più antica e molto semplicemente sopravvivere visceralmente legati all’urlo nero della grande madre se poi tu mi guardi con i tuoi grandi occhi crepuscolari di riflesso io ti offro il mio sacro olocausto il mio inferno celestiale L’amore che provavo per te era un infinita voglia di tornare alle origini della vita l’essenza di amare e di essere amati era una risposta immediata sotto una tiepida ombra di fertili sorrisi un dialogo di sguardi e di sfioramenti la cattedrale di un perdono che faceva della mia povertà e aridità emotiva una carezzevole mano materna attaccata alla propria profondità di donna.

E la sera è il nero cuore della mia malinconia lucidi corvi voraci circondano il mio corpo degradato i miei occhi pieni di buio arrancano su per i tuoi grattacieli di successo all’apice di un orgasmo globalizzato, l’occhio viola del segugio mi guida per i territori malfamati a cercare nella lieve brezza dei passanti qualcuno che conosca il mio vero nome, qualcuno che mi porti in un giardino così silenzioso da farmi gridare d’amore e d’angoscia

Paradossale Platea necessario veicolo per la tua virilità risvegliata variegato veicolo per la tua passione riemersa dai colori delle folle, uno scoppio di applausi dà a intuire la tua perversa bellezza e non sa del fulcro in armonia delle nuvole quando Dio si addormenta

Con il tuo amore cadeva in frantumi la mia dura corazza con il tuo annuncio regale mi preparavo a un incondizionato incontro e nessuna cosa era vera Per questo scelsi il mio cuore e ne scacciai tutte le illusioni, perché sono figlia di una stirpe condannata

20-Un ‘immediata intuizione femminile mi rapisce gli occhi
in un alba di nuove danze procreatrici di senso                                    
la tua calda ombra carnale scivola fra le mie cosce
e fa di te il custode della mia fresca sessualità .

21-Desidero la tua musica perché sale dalle profondità del tuo essere uomo
è tellurica, quasi sanguigna e si accorda perfettamente al genuino frutto delle mie viscere.

22-Quel tuo posarti delicatamente sul mio cuore e depositarvi un incancellabile traccia di devozione
Quel tuo abbandonarti con lo sguardo distratto in una calma deriva di desideri che sorvolano
la mia dimensione terrena per raggiungere il coro degli dei accompagnati dalle bianche forme della seduzione che ricade dentro di me con una stretta al cuore perché il mio volto è sempre conscio
delle tue vaste lontananze, perché il mio volto si rammenta sempre il grido rosso dell’angoscia umana

23-Tu che mi scuoti con gentilezza perché la mia morte assomiglia a un profondo stato di grazia
la luminosa grazia di tornare bambini sotto la volta del cielo e sentire
lungo sentieri d’erba la libertà correre a piedi nudi
è questo sole che sento ardere sulla mia pelle
è la vivacità di queste loro sparse membra a darmi forza e a incoraggiare la mia fede nella vita
è lo scintillio verde delle loro visioni in contrasto con la morte
eternamente rinascenti dal fango delle loro piogge.

24-Ho ancora un retroscena irrisolto sul palcoscenico della mia vita
e questo retroscena è il mio pallido volto che riemerge dal buio delle notti passate a combattere con me stessa.  Ho ancora uno sguardo da allargare sulle pozze di sangue lasciate dalle mie truci esperienze, lasciate dalla mia profonda Umanità.
Io mi raccolgo stretta fra le mie braccia lascio che sia il calore della tua voce a ripulire in me ogni traccia di dolore

lascio che sia il vento tormentato dei tuoi deserti a cancellare immediatamente il mio passaggio

25-Queste larghe braccia che ora mi avvolgono nel teatro inviolabile della tua fama e ricchezza, sono vite che viaggiano su binari paralleli
e anche se cercassi di estrarmi dall’argilla delle mie origini tu rimarresti lo stesso gigante affettuoso, ma intoccabile. La mia femminilità fu provocata e spronata a donare se stessa, e a offrire i suoi sorrisi a coloro che cercavano la via del bene, e il tuo volto cosparso di tanta bellezza non era fatto per aprirsi a un istante di vero sentire , la superflua caricatura di te stesso non era fatta per sentire la tenera essenza di ogni cosa.

26-Il mio passo regolato in istintivo ritmo è gia la danza che si trascina intorno movimenti indigeni e tribali, so di non appartenere a questa Era a questo mondo a questa vertiginosa Galassia perché  l’umile, semplice vento che mi accompagna con parole di fame e di sete mi commuove disperatamente
La mia mente appartiene al passo di quella parte di Umanità scivolata dentro al fango della povertà: origine della vita.

 

27-Mi hai lasciata entrare nella tua vita a piccoli passi ma con dei doni immensi
avevi modi contadineschi di chi conosce bene la terra
ma la tua anima riluceva al sole e in ogni piccola gemma e io avevo ali ancora troppo corte per raggiungerti nell’unione impossibile

28-Da un sentiero che non dava il frutto io venni
da campagne e paesaggi bruciati io venni
per vedere le tue mani modellare il mio corpo, trasformarlo, farlo diventare un aquila, un serpente o una bella donna
per la visione di affrontarti con parole giuste e sincere
per la visione di afferrarti nella tua nudità recondita e molto semplicemente sopravvivere.

29-Ogni segno, ogni messaggio della natura mi porta la visione della tua assenza
ma anche una luminosa forza devozionale, un respiro.

30-Per la visione dei tuoi occhi terragni io avanzavo e accompagnavo la tua muta presenza
in uno spazio assorto e carnale. Altalene di litanie si aprivano sulla bianca calma del mare
ma dentro la mia assenza di fede il vulcano tornava a prepararsi inconscio.

31-Tu conosci bene il mio cuore perché quando ti chiesi di mostrarmi che cosa era l’amore tu sollevasti in aria una rosa rossa.

32-Nell’abbracciarti sento scorrere il deserto
mi sento  chiamata dalla tua carne
perché il tuo dovere è quello di spiare, sezionare, frugare in ogni angolo della mia psiche
tornato a calarti nel tuo ruolo fisso allevi donne che vogliono tutta la tua vita e tutta la tua morte.
Scateni bambini che si addormentano sui tuoi sogni e li frantumano.

33-Ricoprimi di oscurità e di selvatichezza
rimargina le mie ferite aperte sul cuore
risveglia i miei feroci occhi d’assassina perché la mia scrittura diventi donna.

34-Ho inciso con la scrittura  tracce di sangue per rivelarti l’anima della femminilità
perché è  nel mio amore che tu ti distendi vicinissimo al  baratro.

35-Tu eri il mio angelo
l’angelo dalla pelle scura
l’essenza che saliva dal mare
un immediata sensazione della tua presenza
sotto bianche lenzuola di silenzio

                                                                                                        36-Vorrei afferrarti nella tua               
nudità più antica e molto semplicemente
sopravvivere visceralmente legati all’urlo nero della grande madre
se poi tu mi guardi con i tuoi grandi occhi crepuscolari
di riflesso io ti offro il mio sacro olocausto
il mio inferno celestiale

 

 

37-L’amore che provavo per te era un infinita voglia di tornare alle origini della vita
l’essenza di amare e di essere amati era una risposta immediata sotto una tiepida ombra di fertili sorrisi
un dialogo di sguardi e di sfioramenti la cattedrale di un perdono che faceva della mia povertà e aridità emotiva una carezzevole mano materna attaccata alla propria profondità di donna.

                                                                             38-E la sera è il nero cuore della mia malinconia
lucidi corvi voraci circondano il mio corpo degradato i miei occhi pieni di buio arrancano su per i tuoi grattacieli di successo all’apice di un orgasmo globalizzato, l’occhio viola del segugio mi guida per i territori malfamati a cercare nella lieve brezza dei passanti qualcuno che conosca il mio vero nome, qualcuno che mi porti in un giardino così silenzioso
da farmi gridare d’amore e d’angoscia

39-Paradossale Platea necessario veicolo per la tua virilità risvegliata variegato veicolo per la tua passione riemersa dai colori delle folle, uno scoppio di applausi dà a intuire la tua perversa bellezza
e non sa del fulcro in armonia delle nuvole quando Dio si addormenta.

40-Con il tuo amore cadeva in frantumi la mia dura corazza
con il tuo annuncio regale mi preparavo a un incondizionato incontro
e nessuna cosa era vera
Per questo scelsi il mio cuore e ne scacciai tutte le illusioni, perché sono figlia di una stirpe condannata



torna alle poesie

Le ceneri del divenire



1-Se la nudità del cielo è la tua mano tesa e remissiva
io sprofondo con tutto il corpo dentro al fango dei tuoi maledetti silenzi
perché so di averti creduto, perché so di aver sfiorato il mio pianto con un dolcissimo rispetto per il puro linguaggio del tuo cuore                                                                                                                                                  
d’uomo
a cui mi sono affidata. Per quando mi toccavi e mi accarezzavi attraverso il senso di una sessualità sempre più tragica sempre più pesante di tracce scavate sui fondali della memoria o del  corposo flusso di una   
creatività che era come un brivido del sangue.

2-Attraverso il ricordo di quell’odore, di quei rituali evanescenti , di quei canti devozionali  ho creduto che non ci fosse limite all’espansione della gioia, mentre il fumo dell’incenso mi saliva sugli occhi con un velo di disincanto intorno al mio corpo ancora affamato di piacere, ancora voglioso, tremante: perché in un primo momento ho creduto di aver finalmente trovato la tua voce, i tuoi occhi, il tuo volto, le tue mani, la tua muta presenza indicarmi una semplice preghiera che era l’altra faccia della verità: l’infernale arida voce che mi ha reso sterile, l’essenza del male diffusa in ogni parte della mia stanza, diffusa in ogni cellula del mio            
corpo.

E ho dovuto lasciare che il mio senso del bene si maturasse spontaneamente da sé.

3-Io chino il mio capo in un atto di perdono se è vero che tu esisti ancora se è vero che l’umiltà deve essere il primo gradino verso la fede del più profondo amore. Io non so se fu per scherzo o per gioco, o se per caso invasi il tuo cuore e ne trassi tutte le dimensione. Io chiusi da sola la gabbia dei miei crimini mai commessi:
non fui io a colpirti con il mio amore ingenuo e assolutamente necessario
ma la bambina che tu hai educato al senso del bene e della pace. Per questo non posso dimenticarti
perché tu apristi le mie cupe finestre sul giardino di tutte le tue promesse e ogni fiore nel tempo rivelò ciò che era in realtà: una crisi, un crollo, la caduta dei miei idoli e dei miei sogni ancora caldi        
sul bianco del tuo cuscino.

                          4- Tu che dovevi condurre la mia anima  alle più alte vette della maturità umana
ora mi penetri con passione, perché è la passione che rivela l’essenza di essere vivi
è la passione che mi ha condotta e guidata all’interno della tua esperienza
dispersa tenebra della mia vita raccolta intorno ai miei deserti dorati
perché volevo mostrarti il mio sguardo: la mia maniera di essere sola.
Con la mia anima vegliarda ti ricamo delicatamente il mattino che è il tuo tremulo passo che viene
che sono le tue ferite più accese che vanno e si trascinano dietro la mia indelebile traccia di sangue.

5-Ti ho guardato fisso negli occhi, ti ho guardato fino a sentire il palpitare lieve del mio cuore, il palpitare di ciascuna gioia e di ciascun dolore quando ti guardo e so di smarrirmi ogni volta oltre il confine da cui non so tornare, allora so che anche la paura è una forza che mi spinge a cercarti nella mia vita, dentro di me, fra le mie mani che impastano l’argilla del mio divenire colei che ha imparato a riconoscere con estrema chiarezza e lucidità : il suo grande padre: l’uomo che ha il dovere di mostrarmi il Potere e l’Umiltà di chi ha veramente potere, mentre ti sento sfiorare la mia
pelle con un sorriso che assomiglia
a Dio.

6-Ti ho seguito fino a dimenticare la saggezza del tuo nome
ti ho seguito fino a dimenticare la mia origine sincera
così non vidi mai ciò che tu hai fatto della mia anima : una grandiosa nuvola di compassione.

7-Ti accosterai alla vitalità del mio divenire donna con la tua calma aura di serenità
null’altro avrei ancora da chiederti  se non di fermare
tutta l’ansia di questa femminilità devastata nel ventre delle mie albe assassine. E quello che ho potuto comprendere della mia sofferenza: è che sono una donna assente a sé stessa.
Avvolta dal sentimento della mia solitudine
non so guarire da questa malattia che mi porta il tuo nome  con teneri germogli appena concimati riscaldati dalle tue braccia sapienti che si chiudono intorno al mio corpo per sentire che l’utero del           
male non è ancora sterile.

8-Un’intuizione d’uomo scende sulla mia pelle ed è un immediata illuminazione d’amore
che mi accerchia e nello stesso tempo si ritrae dietro al grido rosso della mia dignità umana perduta:
la mia vita è questa nostalgia : una decorosa rosa di  pianto che per aver cercato di comprenderti e di accarezzarti nei più profondi solchi del tuo sorriso ormai spento getta i suoi petali tra le fervide  labbra dei miei

                                  tramonti. 

9-Eri Il vento che diffondeva il senso della mia femminilità con le ceneri dei tuoi erotici bisbigli, e iniziavi l’anima al senso del suo linguaggio attraverso forme recondite di un nuovo divenire. Perdonami perché non sapevo ancora vederti nel tuo orientarti lungo i miei bui sotterranei. Perdonami perché non ho saputo seguirti attraverso l’esperienza del male, e dentro, nella colpa, sempre più in dentro: nella rivelazione della donna e dell’essenza umana. Perdonami perche non ho

                              saputo amarti.

10-Nell’oceano e nella notte ho trovato la mia grande forza, e i miei più profondi istinti, accerchiata dalla luna risalivo alla radice dei miei mali incarnavo una cieca dipendenza al dolore,
il dolore era per me una seconda pelle ed era proprio nella sofferenza che tu ti avvicinavi e mi  
facevi sentire donna.

11-Il mare ha una bellezza selvaggia, primeva, di fronte alla quale non si ha più sguardo , si diventa
ciechi come di fronte alla bellezza stessa:
una bellezza umana venuta dalla follia del mare: ha nel cuore un immensa saggezza, un immensa  
solitudine, un immensa Umanità, un immensa compassione.

12-Ero ancora una bambina quando mi trascinavi
totalmente muta
nella consapevolezza della tua voce, dei tuoi silenzi illuminati, e della tua assenza dovunque  intorno al mio corpo, e intorno al mio respiro, attraverso la tua assenza capivo il mio dolore e mi preparavo a tutte le battaglie, attraverso la notte potevo unirmi alla tua sensibilità maschile per operare nella mia proficua ombra, attraverso il buio ti ricreavo facevo di te una sfinge di nebbie e di
mistero, facevo di te il tuo amore per la scienza  e la suadente alchimia con cui usavi forze       
distruttive e rigenerative per ridefinire la natura primigenia dell’amore.

13- Sostando sull’essere mio che sento scomparire lentamente  dai balconi in fiore della mia alacrità. E il tuo volto era quella apparizione che io non riuscivo a cogliere con parole di lacrime e sangue dopo essere stata un angelo della carne . Attendo divenire una fonte di nutrimento per tutti quelli che mi hanno amata e allo stesso tempo odiata: 

una fonte che non può mai spegnersi né mai si possono dimenticare tutte le infinite  possibilità
del perdono.

14- Oltrepassato il mio limite di sopportazione ti ho sentito scendere lungo il mio collo con una fredda riga di sudore. Con un pensiero che mi ha ridestato nel sangue quest’angoscia entro cui sprofondo inerme e completamente nuda.
Se mi avvicino troppo alle tue verità
se mi avvicino troppo ai tuoi sguardi segreti risorti dai fondali di un inferno che ha fatto delle tue calde ombre carnali quel loro modo pragmatico di fuggire via al passaggio di un  vento che ancora mi tormenta, se vengo sull’orlo del tuo abisso: fin ché sia fatta giustizia e infallibile testimonianza: la mia esperienza ti  
porta questo dono che si chiama :

                                                                                                                                                risvegli.

15-Ho aperto gli occhi alla luce del sole al principio di una consapevolezza che ancora ignora di essere. E ho trovato l’assenza di me stessa in me stessa. E ho avuto una visione. Ed è stato inevitabile perche tu sapevi come rimescolare il senso del mio esserci alle forme dei tuoi pensieri e sono divenuta la prigione che vedo apparire quando tu cogli un attimo di sofferenza nei miei occhi, mentre fai di me un luminoso canto di disperazione, un canto che libera la mia vera natura di  
possente donna dai lineamenti d’angelo e dalla pelle dura.

 16-In un silenzioso giardino di tramonti rosso sangue: ho ritrovato i miei pensieri più ispirati, e
in questi pensieri elevati, ti ho visto abbracciarmi e accarezzarmi senza tregua
con un volto d’orrore e uno di dolcezza, perciò scelsi di sondare insieme a te le oscure cavità del mio vero essere: per ricongiungermi alla terra, al mio contatto fisico con la terra.

17-Ho avuto un volto oscuro per tutte le notti che abbiamo passato insieme
cercando di approfondire la cavità dei sensi
fin ché un essere d’indicibile erotismo si ritirò, perché il fiore amasse crescere all’ombra del

silenzio.

Io era una nuova, sperimentale prova d’amore, un cosciente atto di rivoluzione
perché era il tuo volto avvolto da una levigata carezza di compassione , a ricordarmi i tratti del mio amore inchiodato al legno.

18-Egli mi voleva avvolta dalle mie migliori qualità perché la mia poesia divenisse un atto di offerta e di donazione, ed io vivevo di ogni suo sguardo, ed io raccoglievo nel mio ventre assorto : ogni sua  
preghiera, ogni sua lacrima, ogni sua pena, ogni suo puro sentimento.

Perché egli fu il perno rassicurante del vero amore , fino a fare di me una pura e semplice testimone: la sua ancella più sensuale e devota che coltivava silenziosi giardini di pace affinché brillassero nei dettagli                   
minimi di una dilatata rosa femminile.

19-Tu eri la felicità che io creavo intorno al mio essere come segno sensibile del mio amore e della mia viva parola. Sono sempre stata intimamente vicina alla tua bellezza ma senza fare rumore e ti ho circondato con la profusione del mio corpo ma senza lasciare tracce di odori femminili sopra la tua pelle. Semplicemente  mi aprivo a un incondizionata offerta di me stessa smantellando i miei segreti mari di silenzio. Ma tu riemergevi con un volto pallido e privo di calore dalle rive dei miei assolati mattini con un volto sempre conscio di dover morire.

20-Con la tua acuta chiarezza di pensiero e con la vitalità e freschezza delle mie emozioni: abbiamo attraversato i deserti dei nostri sguardi raccolti in una tormentata preghiera: e ogni volta che siamo avanzati nella vita  siamo stati spazzati via dalla violenza delle passioni carnali fatte polvere. E non saper riconoscere nemmeno ora quanto la potenza del sole ci possegga e ci saldi con le forze occulte della natura né quanta profondità di mistero ci sia nell’energia vitale che circola all’interno di un nostro solo palpito

                                                                Universale.

21-Il mio contatto con la tua saggezza e intimità, ha accresciuto l’amore naturalmente insito nel mio cuore; per un istante la tua bianca figura d’uomo scese sopra di me ed io ho tremato all’idea di
sentirmi posseduta :  perché tu eri il gigante avvolto d’oriente
ed io la tua più ingenua seguace. Con il riflesso dei tuoi splendidi occhi hai colpito tutte le mie  dure
corazze, e  hai portato ed espanso la tua luce in quegli occhi abituati alle tenebre e ti bastò sfiorare appena la mia mentalità per disperdere le soglie della grande paura e accendere un sano nucleo di
affetti ed un sacro focolare.

22- …E la tua sicurezza intuitiva mi stimolava rafforzava il vento che mi accompagnò alle soglie assorte del tuo intimo sentire: la luminosa concretezza di un paesaggio d’Estate scorrere nei nostri occhi in un meriggio estatico e violento. Se avessi potuto darti il mio corpo totalmente rapito nei sensi dal sole in questo preciso attimo sapresti che tutto l’amore accade semplicemente perché è:

umano.

23- Sento appena nel cuore il brivido umano e la gioia estatica di aver sfiorato l’essenza di una Divinità. E ancora anonima e senza volto ho perduto il senso del mio vero essere e di ciò che credevo essere la mia autentica personalità. E ti ho cercato nella polvere dei vivi, ho cercato qualcuno che mi assomigliasse e che mi avvolgesse in un silenzio così profondo da farmi arrivare a delle

                                                                          lacrime sante.

24-La tua passione riemersa dal fango delle folle è la tua vera bellezza
la forza di una virilità risvegliata che ha il potere di restituire la vita e la speranza:
ma ad ogni tuo cenno di abbandono si facevano profondi gli abissi della mia disperazione:
tu sei un essere iniziato al senso delle cose e dei linguaggi, ed io non sono che un tiepido sonno mattutino disceso sul fondo del tuo cuore per raccogliere le improvvise folgorazioni delle verità
che mi risollevano sul ciglio dei tuoi consensi e della tenerezza che sprigioni intorno al mio corpo
in un solo atto

                                                                        di consolazione.

25-Tu sei il mio orizzonte di soglie sapienti, io sono le ardenti rabbie mescolate al tramonto dei miei  padri, ombre della memoria che risaliva dal mare e faceva di me una femminilità che cresceva all’ombra del tuo amore : perché tu conoscevi il miracolo di essere vivi e di esistere nella gioia e nel
dolore, nell’oscurità e nella luce, nell’adolescenziale struggimento di divenire donna.

26-Mostrami un sentiero di rose rosse aprirsi sulla bianca calma del mare, mostrami la tua vena di creatività infinita, perché il mio scrivere diventi un atto d’amore e di donazione : ogni segno, ogni messaggio della natura  mi porta la visione della tua assenza : la mia nostalgia è un impronta di sangue tracciata con un incisiva forza devozionale che rivela

                                                                                       l’anima assorta delle donne.

27-Portami la voce del silenzio, mostrami un mondo fatto solo di esperienze fisiche e carnali
sono troppo umana per ritornare alle fonti della mia originaria innocenza
ricoprimi di oscurità e di selvatichezza, risveglia i miei grandi occhi d’assassina

                                                                                         perché la mia scrittura diventi donna.

28- Sai di pace e di Umanità. Ogni volta che discendi in un profondo giardino affondato nell’oscura notte dell’anima. E dai miei sguardi di memoria ti sento catturare il palpitare lieve di una vita nascosta e remota. Ti sento divenire tutto il corpo che diffonde l’intensità di ciò che è pace. Se dalle zone più illuminate della tua presenza mi ritorna il senso di una rispettosa autenticità nei confronti della vita  che mi fa sentire:

spontanea
e veramente viva.                                                                                                                                     

29-Sono un fiore che brucia infondo al cuore, sono un fiore che perde petali di sangue amaro.
Ma la peggior violenza fu riconoscere nell’uomo amato una natura essenzialmente crudele.
Queste folate di negatività che mi travolgono periodicamente, il dolore, il confronto con la rabbia e con le mie forze contrarie sono la mia più autentica esperienza di

                                                                                                                              preghiera.

30-I l mare è la tua pelle che assorbe il mio pensiero primordiale e fa di me un ossessa posseduta dal tuo sangue. Il mare è la mia più grande passione perché tu sei l’uomo che si è accostato alle mie notti più furibonde quando cercavo di far tacere le voci demoniache lungo il mio pensiero.
La mia mente che appartiene al tuo passo scivolato dentro al fango della povertà : origine della vita. Dove la mia preghiera più carnale tardava a dare i suoi tiepidi  frutti dentro al tempio costruito con la fame delle nostre parole più umane perche ancora troppo debole era il nostro senso del divino.

31-Io sono sempre stata qui : alla ricerca di nuove emozioni, nuove spiagge su cui gettare i petali del mio sesso. E per molto tempo ho aspettato la tua musica dai suoni puri al di là dello spazio-tempo
la tua creatività tornava a fare di me : una seguace muta ma sempre più consapevole: che sente ancora il tuo ardore fra i capelli, sulla pelle pregna di barbari odori, avvolta da una sensualità che sprofonda nel fresco mistero

      di un respiro.

32-La mia oscurità ha il volto tradito dalla voce di tutti i miei padri assenti
ed io resto invischiata nell’intrico di una tenebra pregna di sudori emozionali
e di lacrime che tracciano il sentiero di rarefatti indizi che risvegliano la mia anima di fronte al mistero della

               fede.

33-Respiro il fisico odore delle notti che ti sei slacciato dal mio corpo ancora umido, spossato di piacere e di nostalgia. E quello che ho potuto comprendere di me stessa è che sono una femminilità morbosa e licenziosa attraverso la visione sarcastica dei tuoi occhi cerchiati in una livida condizione            
di diniego che segna il fiorire mostruoso di tutte le mie paure divenire  vive in un angolo dove non

                                   arriva mai la luce.

34-Ho perduto la mia voce, il tono aggressivo ma anche gentile di tutta la mia voce
ho perduto l’espressione fisica del rapporto con il mio corpo e con l’intimità della natura
ho perso la mia legittima autorità di madre e la mia mente è l’intrico di una matassa da dipanare non con le mie mani ma con la cura delle mie ferite incise con forza su di quella lieve creatura che è la mia anima. E nei tuoi occhi sempre più furtivi nel loro incagliarsi fra le reti dei miei precetti ancora troppo inconsistenti per dare un senso al dolore e poi sentirsi crescere nel pianto. Ecco perché ti ho voluto abbandonare nella sofferenza per aiutarti a capire te stesso, a familiarizzare con le tue intuizioni, acuire la sensibilità della tua autentica visione fatta di prati in cui non vedo scorrere le velate ingiustizie che incoronano il mio capo di spine  perché mi ricordino sempre il suo lungimirante verbo, il suo verbo fatto di carne e sangue e non la tua piroettante leggerezza che mi riporta in dietro alle canzonette estive e all’incanto di sentirsi vivi con i propri sensi assopiti nella calura, o nell’ombra violetta di un pesco.

35-Ed io torno a scivolare dietro le forme del mio silenzio, del mio pensiero, dietro lo sguardo atroce dell’umana solitudine, perso il senso della mia identità, persa la percezione fisica del mio rapporto con la viva carne del cielo, mi sento tutta assorbita dalla pelle di corpi che si raccontano senza parole, dal desiderio di questi corpi inafferrabili che sfuggono con le mie ali occulte, con le mie ombre più suggestive, con le mie ispirazioni latenti che sono la mia creatività che avanza e si trascina dietro il sangue nero della mia rabbia, della mia rabbia distruttiva ed estremamente umana. Mi lascio catturare dalle loro trame sognanti, dalle loro patetiche nebbie,
dai loro desertici nascondigli di maschere disadattate: nei luoghi della loro cruda realtà segno di un ipocrisia che è il velo insquartabile della loro dura e più profonda tristezza.

36-I veri germogli dell’amore mi riportano in contatto con la mia parte tenera e animale, con il risveglio dei miei istinti: in una remota ondata di sensazioni aperte e gocciolanti. Ed io non so di quanto sangue avrò bisogno, ne a quali forti braccia mi dovrò affidare per portare questo principio dell’amore, questa umile e profonda umanità entro le zone morte delle mie paure che sono le mie regressioni, i miei limiti, le mie condanne che accompagnano lo sguardo interiore attraverso cui cerco di ricostruirmi, rendermi intensamente  viva, mostrare insieme all’indescrivibile pena : la

                                                                       denuncia.

37-Io arrivo con il mattino e sono la luminosa emanazione della tua volontà
dopo essere scivolata nel flusso sensuale delle tue carezze,
a rivestire il fodero della tua  anima vegliarda e la seta del tuo pregiato dire
nella notte in cui la luna non mi sosteneva , nella notte in cui tu più non mi guardavi
nella notte in cui tu mi abbracciasti con un addio dignitoso e una frase da sentenza venuta dal deserto che non lasciava  altro se non quel senso d’ansia sospeso nello spazio vuoto che diceva  il turbamento per il mutamento che sentivo compiersi in me, sul mio corpo attraverso un brivido nervoso, o un segreto trasalimento di disperazione per la solitudine in cui mi abbandonavi perché ero troppo gracile per te, perché ero una bambina anche se il petto e la curva del bacino erano già pieni di donna. La donna umiliata, la donna tradita, offesa nell’impeto della sua sessualità, offesa nell’intimo con il volto impallidito e colmo di preghiere mute mi hai spinta a naufragare in un grido di desolazione cui convergono rivoli di sangue nero.

38-Sei tu la deposizione di uno stato di grazia che conferisce allo spazio della tua presenza
quel vivido odore del sacro . Solo io posso dire di conoscerti
da sempre per quando mi addormentavo tranquilla sulla fresca morbidezza del tuo respiro
e la strada che abbiamo percorso è quella di un sentiero di luce scavato nelle nostre carni,
nelle nostre fisionomie,

nel vuoto
che mi hai lasciato dentro.

39-Perché mai mio angelo di cristallo hai chiesto di essere redento?
Tu eri il più maledetto, il cattivo ragazzo che sguinzagliava i suoi cani nei sobborghi della mia fame e della mia miserabile storia. E i tuoi trofei mi eccitavano più dell’amore stesso, perché anche il tuo  
cuore era un vaso andato distrutto in mille pezzi. Eppure il peccato ci serviva per fare di noi
il passaggio di una grandiosa nuvola di pianto che nascondeva il seme della luce.

40-Sento solo il tremito dell’assassino e del suo scatto criminale.
Così vicino al mio caso esistenziale e così lontano dai risvolti monotoni e tranquilli della mia vita quotidiana. Se avessi guardato con i miei stessi occhi questo cielo macchiato di buie nubi quasi tangibili che offuscano questo anonimo paesaggio interiore sapresti che esso preserverà sempre i gemiti di un alba risorta dalle pietre

                                                              del pianto.

41-Per te sono divenuta una carezzevole rovina
il crollo definitivo di quel rudere che è stato il mio corpo abbracciato al tuo.
Solo tu sei sopravvissuto immerso nella tua verità, tu hai sognato per conto tuo : eri un lungo monologo privato che scaturiva da dentro e avvolgeva la figura del mio passaggio dall’adolescenza 
all’età adulta. La fugacità azzurra dei tuoi occhi mi raggelava il sangue
più delle tue ardenti sperimentazioni : pietrificata mi attaccavo alle fauci della mia vertiginosa storia, mi aggrappavo alla mia debole ragione, e l’unica cosa che mi riportava in vita era sentirmi
muovere nel flusso tenue del pensiero
o nel ricordo ancora vivo della tua animalità placida e feroce
su dei miei dormienti abbandoni
fatti carne.

42-E non rimanevano che queste commoventi fogne delle mie origini, e non rimaneva che questo
grido di vetro che aveva il colore dei tuoi occhi oracolari, tu che hai diffuso il più profondo senso del bene e della fede, e sei rimasto vittima della tua stessa umiltà, delle tue stesse intuizioni, delle tue stesse preghiere. I tuoi pensieri  erano lucciole vaganti in una stanza piena di buio , e  quel buio era  il mio amore :

era l’amore stesso in tutte le sue forme

creative e distruttive.

43-Un insieme caotico di sensazioni sinuose mi sfugge dalle mani con un senso d’inviolabilità
e con la certezza sottile di ciò che si è perso da perdizione, e nello stesso tempo rimane impresso nello spazio della mente con tutto ciò che fa dell’amore : lo slancio finale di se stesso : un presagio di morte. L’angoscia mi chiudeva la gola, mi lasciava sola e distrutta nella mia profonda nostalgia dei tuoi occhi, delle tue parole, delle tue mani, della tua forza che odorava di delitti, quella forza che avevi nello sguardo e nel tuo modo di guardarmi divenire una guerriera nuda e disarmata : quando tutto il tuo amore si sprigionava ed io lo sentivo eccessivo, quasi opprimente, le mie strutture difensive crollavano nel vortice di una passionalità sempre più dirompente : per poi voler essere lasciata sola in un immobilità tale da non sentire più

                                                                                     la carne.

44-Corpi sparsi si confondono e si rimescolano nel pulsare di una solitudine scandita dal ritmo
nascosto delle loro anime tragiche che sono un incarnazione di pianto.
Corpi che si disperdono nello spazio sospesi al palpito di una morte vissuta attraverso calde   
vibrazioni, brividi sotterranei.
Una pesantezza corporea ed esistenziale che aspira a ritrovare sul fondo del cuore o in un parco giochi qualsiasi l’innocenza di luminosi volti bambini.

45-Il mio unico e più profondo desiderio era quello di sentirmi parte di te, della tua natura:  hai fatto di me una fragile personalità portata sugli altari del sacrificio
E la terra sotto ai miei piedi era nera e riarsa.
E la terra sotto ai miei piedi era una atroce desolazione bruciata di

                                                                                  silenzi.

46-Tra una luce e un ombra di caotiche riflessioni portavo le mie mani sul grembo di una solida preghiera questo era il mio grido d’aiuto per tornare ad essere cosciente
della mia appartenenza alla terra .

47-Per te ho distrutto  i duri contorni della mia maschera maculata in una manciata di cibo per quei poveri che mi hanno sempre aiutata a comprendere le buie radici della vita. Affinché tu mi vedessi raccolta nella mia pura e semplice nudità  a dar briciole di pane ai piccioni, a lasciar briciole di preghiere lungo i profondi passi dell’umanità, era il mio modo di sentirti vicino : affondata nel marmo di una panchina fredda come le tue

                                                                                                                                 lontananze.

48-Sapresti di non avermi mai amata essenzialmente senza questa esperienza della sofferenza che purifica ed è un fuoco che si propaga verso l’orizzonte di pietre e di Santi, non ho altro modo di esprimere il mio atto d’amore appena germinato, permetti alle mie forti emozioni di ardermi dentro. Questo è il dono della fede se ti dico che espiare significa ritornare puri sulle soglie della propria pienezza di esistere lungo i sentieri della Creatura umana e del suo fluire in uno sguardo che appartiene a

                                                                       Dio.

49-Era in quelle notti che i nostri passi si scioglievano in una corsa verso la salvezza : era nel cuore di quelle notti che i nostri esseri si intrecciavano  in una relazione carnale e nello stesso tempo in un atto, questo atto : della nostra rabbia che scalfisse  il velo della carne : e a viverla questa nostra fisicità : lasciava trasparire momenti di tensione, segreti trasalimenti, impeti , crisi di furore e di
esaltazione perché se guardavo quella luce che brillava
nel fondo dei tuoi occhi capivo di essere di fronte all’insorgere di un delirio spaventoso e nello
stesso tempo pieno di grazia.

50-Ancora non capivi la calma bellezza della luna : né le qualità intrinseche  del mio divenire donna, dei miei spazzi notturni quando il silenzio si posava ed era un incarnazione dell’essenza femminile.
Tu gettavi i tuoi cani rabbiosi contro la cancellata delle mie rose rosse
che appassivano, perché anch’io non capivo la passione con cui mi volevi prendere in un vuoto abbaglio nel sole. Potevo cogliere me stessa nella luce di un lampo : e imparare a muovere i miei primi passi  di fronte al lento e oscuro labirinto del tuo pensiero : osservavo la chiave dei mutamenti, spiavo le metamorfosi delle tue forme di erotismo allacciare un sodalizio con la mia vita e con la mia morte ed io non sapevo come proteggere questa mia fragile e sensibile Umanità.

              51-Pietrificata la dimora di sangue delle mie passioni, i contorni del vuoto sono i tuoi abbracci sfuggenti quando tu più non deponi in me uno stato di grazia : la luminosa grazia di un bambino che
viene e colma di sole le mie ferite ancora aperte.
Questo vuoto che mi brucia gli occhi smarrisce il corso della mia esistenza, io che premo  per fondare sulla scia dei miei pensieri la mia fissa dimora e il mio intatto credo.
Mi sento spinta da un eredità schiacciante a gettare le ceneri del mio divenire in uno sconsolato affanno di riconciliazione cosciente con le zone morte di questa realtà che torna con le sue profondità latenti e

                                                       disilludenti.

52-La più intima natura del Femminile ha in sé grandi occhi crepuscolari riflesso di una distesa di buio sofferente, ma sacro.

53-Mi occorre un finto sguardo, un espressione conformista : le ceneri della commedia umana.

54-Avvolta dal sentimento della mia solitudine non so guarire da questa malattia  che si chiama donna ;

                  amore di donna.

56-Mostrami la danza che ti è fluita in corpo identica al passo lieve di ogni cosa, ora lo so, adesso so che non si può negare il moto a quest’unica danza, davvero non ho più  bisogno d’altro per vivere che di questo spettacolo munito di non senso, che di questa violenza dell’amore se alla realtà mi rinsalda e fa di me un vuoto bramoso di concretizzarsi, mentre scopro di non aver avuto altre catene io se non quelle che mi trapiantano fragorosamente insieme a quell’unico passo dei poveri.

57-Continuo a cercare nei posti sbagliati, perché ho perso in me la coscienza  di essere guidata da una mano invisibile : ti cerco là dove crescono segrete radici d’incendi che non accadono mai, e ogni mio movimento, ogni mia azione, parola o palpito incarna la forma di un orrenda
assenza.

58-Tu eri l’abbondanza che io volevo per il mio cuore ed eri l’autentica gioia che volevo per le mie mani e per i miei piedi, perché sono rimasta una donna senza identità, dissociata dal mio intimo essere femminile : sono una sentinella trucidata nella limpidezza delle proprie visioni che si inginocchia di fronte a questa tua forte mascolinità, di fronte alla luce di tutti i fiori terrestri  divenuti la cenere che portavo sulle mie labbra affinché non fosse più vano
soffrire.

 

Le trame del risveglio


Perché mi hai lasciata nelle mani di chi non conosce il tuo volto onnipresente? Io scivolo in un abisso di ignoranza e di trascuranza quando difficile è rimanere aperti ad ascoltarti perché gli incubi che mi attraggono verso il basso hanno la stessa forma della luce ed il senso delle tue parole sta nel fiorire di una croce di giustizia e di perdono.

Per te avrei esitato sulla soglia di tutte le mie misteriose maschere di sale per te avrei bruciato le tappe e avrei trovato il coraggio di affrontare il dolore e di guardarlo dritto negli occhi. Ma tu hai la potenza dell’Eros che ti scorre nelle vene, e che mi appartiene.

Non guardarmi gettare i semi del nostro amore su di una strada lastricata di lacrime è un tragitto segnato per tutti gli aspiranti senza fissa dimora perché l’amore che posso offrirti io è una gioia che oltrepassa i limiti del possesso e della pena. Ma tu ascoltami indugiare con pazienza fra le tue mani ricolme di una femminilità appassionata dal delirio di fare di me una luminosa figura della tua grazia.

Tu sei con la natura, sei nella fresca lucentezza dell’erba attraversata dalla pioggia ogni cosa nella natura mi parla di te se dico che soffro di una nostalgia di cui non mi è consentito parlare ma il fruscio dei tuoi passi sui sentieri ombrosi di chi ascolta talvolta viene con un soffio di nuova vita allora so che l’innocenza è una pena da scontare per sentirsi crescere nel tuo nome.

Tu torni con la natura e sei il vento caldo della sera ma la mia ombra distrugge i teneri germogli appena concimati. Lasciami cavalcare con te sulle più fugaci onde dell’esaltazione ti ricorderò nei miei pensieri perché sei un bacio di morte nascosto nella carne del mio più intimo sentire.

Per quanto forte sia la mia devozione non posso sopportare la potenza della tua follia l’inconscio è la madre. La madre è il grido di rabbia sepolto nella pelle di un bambino è la saggezza che avanza ed è naturalmente insita nel cuore di ogni donna quando ogni illusione cade e tu senti l’essenza della tua femminilità appartenere alla terra e alla mescolanza della terra con il cielo l’unico sguardo che lancio verso lontananze che mi consolano è questa mia volontà di appoggiarmi a un intatta fede e al sentimento di una tua presenza morbida e silenziosa che mi scivoli accanto e mi accolga in un sensuale colloquio con il bene.

La verità a cui appartengo è quella di un amore squartato tra carnalità e purezza e la luce è nel coraggio di dire la propria verità, anche quando questa verità è una verità che uccide. La luce è nel coraggio di rimanere aperti e totalmente accessibili agli assalti della vita: perché siamo figli di una stessa idea che per manifestarsi usa orme di sangue e coltelli affilati con l’azzurro dei tuoi occhi che vedono e al tempo stesso non accettano di vedere perché siamo la pienezza d’amore di una preghiera che matura nel tormentato vortice del vento.

Se un bambino mi chiedesse di mostrargli le mie ferite io lo prenderei sulle mie ginocchia e gli racconterei dei tuoi sorrisi aperti come il cielo. E della tua tendenza a pianificare, organizzare, strutturare, tutti gli sforzi delle tue energie razionali verso la diffusione di un nuovo ordine esistenziale. Ma tu sei schiacciato quanto me dalle risoluzioni della tua stessa umanità non ancora in grado di comprendere, questo è quello che so su di un piano grossolanamente emozionale: so di avere la sincerità di ridurmi in cenere solo per amore. Non fosse altro che per vedermi risorgere ai tuoi piedi.

Io non so per quali storte vicissitudini il mio animo si sia distaccato dalle zone più elevate della tua coscienza eri un Re senza patria e senza riconoscimenti che delicatamente avanzava fra i bisogni più elementari della mia crescita ti ho offerto la mia carne per avere una rapida visione dell’Assoluto ma tu mi hai iniziata a un ben più duro ordine del sacrificio per riconoscere in ogni anello della natura l’ardore della compassione.

Sono una docile rovina di silenzi e tengo in mano un mazzetto di gigli bruciati dall’ansia di volermi rivestire della tua sacralità d’uomo e della tua coscienza del sole. Perché non posso dimenticare che con le tue mani energiche e gentili sei passato più volte sul mio corpo ricamandovi tutti i sogni che mi hai portato via. Mi sono ritrovata sola, tradita, e senza più sostentamento in una valle senza tempo dove non vi è traccia d’uomo, dove solo la vita giustizierà per me. Perché la saggezza alla quale mi proibisci di accedere: ha le sembianze del tuo lato più animale che ancora mi ossessiona con la colpa di aver eretto io l’illusione della mia caduta.

La mia devozione è una parentesi colma di amore carnale è un muto linguaggio del mio essere donna che vuole approdare alle solleciti carezze dei tuoi molti volti perché il tuo modo di sfiorarmi è paterno e pieno di erotismo ogni volta che mi risollevi sulle rive assolate e desolate di chi cerca e non vive, se non per la seduzione stessa della vita quando prende corpo in un amore che pur di restare sano si disintegra.

Solo nel segreto asciutto del mio corpo dove attenderò nascere il delirio che sono diventata perché tu hai giocato con me, con la mia vita, con la mia morte, con tutta la mia agghiacciante Eternità prima di distruggermi con l’ardore del mio stesso sentire prima di elevarmi nel mio originario impulso di rifioritura per questo io oggi so di non possedere altro che la strada maestra dei miei sicuri disinganni e di non avere altro che questa mia rinnovata voce levata dalle durezze dell’odio per dirti che voglio essere, e voglio essere con te una devastata eroina.

Non ti chiedo altro se non di essere lasciata sempre più vicina alla calma natura del tuo cuore, perché tu faccia di me una creatura muta lo stupendo animale che divento ogni volta che mi permetti di dimorare ai tuoi piedi. Che sono anche i piedi di un Dio che mi ha rinnegata e abbandonata per l’innata forza di sopravvivenza che è in me e che innescherà i suoi tranelli prima di ritirarmi con quanto c’ è di buono, per riposare all’ombra dei ciclamini e delle viole.

Dai a me i tuoi occhi pieni di immagini cupe dai a me il tuo volto disfatto dai coraggi dell’amore è che voglio sentire la copiosa nudità della tua pelle accompagnarmi in questa mia bella arrendevolezza perché tu hai fatto di me una sinuosa preghiera perché tu volevi dare ai nostri incontri raccolti e prolungati il rispetto di quanto più ci appartiene: ed è una genuina gioia di esistere.

Dopo aver smascherato i crudi patimenti della mia ira cavalcare il dragone della depressione ti ho cercato alla radice stessa dei miei mali e ho scoperto l’esistenza di un amore fraterno che cammina con il tempo per seguire l’incauta spregiudicatezza di chi nella propria umana, sconsolata fatalità ha il potere di uccidere. Difficile adeguarsi allo scrupoloso enigma del reale ma ciò che più resta è un odore di sangue mescolato alla terra tu che continui a cadere con la tua oscura movenza e a disperdere gli indizi della mia mistica fisionomia. Ogni volta che guardandoti negli occhi mi riconosco in un impeto di sfrenata bramosia e ho bisogno di sapere quanto larghe sono ancora le ombre che si estendono lungo il mio cammino e mi separano dalle tranquille rive dei tuoi consensi.

Se mi avvicino al centro esatto si me stessa mi accorgo di avere i tuoi stessi occhi, le tue stesse mani e quel primo forte accenno di amore sensuale può volubilmente tramutarsi in materno nel portarti dentro le mie carni con tutti i segni visibili e invisibili della nostra più autentica gioia e sofferenza. Se poi trascendo i vincoli del desiderio stesso e mi identifico con i tuoi campi di battaglia, sento solo la presenza decisa di tutto il tuo corpo addossato al mio. Con la forza di una promessa vasta quanto vasto è l’orizzonte dei tuoi occhi risvegliati.

Ci siamo accarezzati vicendevolmente nella carne azzurra di un deserto fatto di grandi solitudini e di grandi silenzi: dove la sostanza del vero amore è una danza distruttiva che al tempo stesso rigenera.

Tu vieni naturalmente, da molto lontano e sei l’abbraccio fresco della sera che mi affranca e mi ripara. Non chiedermi perché io oggi aneli tanto risalire sul tuo robusto piedistallo e da lì mantenermi stretta alla parte di me stessa che mi sfugge. E’che voglio riassorbire il tuo vigoroso principio maschile se puoi impedire alle mie forze negative e coercitive di sfigurarmi ancora hai scorto in me l’onda di un potenziale infinito che nel ripulire ogni angolo del mio essere: mi inizi al senso del puro, semplice esistere.

Siamo rimasti nascosti a lungo fra le piaghe della nostra solitudine fino allo stupore di ritrovarci in vita, ancora una volta, nonostante tutto una nuova occasione per determinare la propria azione creativa nel mondo costruire il destino e assimilarti in brevi ma efficaci parole che trovano sempre il momento giusto per mostrare ed offuscare la visione globale del tutto. Se non siamo che oggetti sparsi in un loro disordine frastornato e attraverso il lento divenire della vita ci confondiamo e camuffiamo ma a non perdersi sono questi vividi istanti di nostalgia tornati su con l’impulso di violarci per crescere all’ombra della dimora di Dio.

So quanto tu desideri infilarti con me dentro le mie pene per scacciare tutte le paure e ritirarmi fuori dai meccanismi scivolosi della mia remota aggressività, e conosco bene le tue mani operose su di me infondermi fiducia e vitalità modellarmi nei miei spontanei modi di affondare nella mutevolezza dell’ora con un ‘intatta dimora di conferme.

La mia femminilità è l’unica arma che possiedo contro i vuoti abbagli del tuo essere. Se voglio mantenere la mia stabilità anche quando la mia camera privata vacilla nella musica che sgorga dal tuo cuore ed è luce per i miei occhi spersi. Sei un beffardo anelito di provocazione che attraversa le infinite ombre delle mie possibilità ma è la natura stessa della passione a disvelare i miei talenti, le mie colpe, e i miei assopiti rancori. La mia abilità sta nel lasciarti entrare fino a condurmi a vertiginose altezze di tormento per riconoscere in me la parte più vera e consistente di me stessa: il piacere di amare.

Io non sono niente in confronto a te che sei il fiume in piena della mia follia e della mia ansia di essere condotta fino a te sempre più umile ed ispirata sei stato il vento intrepido che mi ha sospinta verso lì alchimia di un varco al di là del quale si estendeva un mite pomeriggio estivo fatto di verdi verande di silenzio con le mie lunghe dita a rimestare dentro il caos di ogni mio pensiero, sentimento e fantasia una decisa fattezza dell’Eterno.

Ora io vivo nella grazia di un fiore lacerato che per morire usa il volto del tuo vile abbandonarmi con esiti di crudeltà e disincanto . Tu hai saputo giostrare bene la mia innocenza che ha le maniere morbose di chi perde i contatti con la terra e si sente attratto solo dall’alto fino a raggiungere il bilico della più intensa e violenta emozione, per poi ricadere giù con tutti i residui di una presenza di me stessa a cui solo posso essere fedele.

Per la pazienza e i silenzi. Per l’infallibilità del tuo rigore maschile con cui frughi dentro di me e hai una lama di rasoio per ripulire e consacrare la nostalgia che mi attanaglia le viscere al principio di una sofferenza che è viva e da la vita per ritrovare il suo naturale sbocco nell’amore forse adesso ho capito che tu sei stato solo il gigante che ha soffiato sulle mie ferite facendo divampare il fuoco da una scintilla antica come la mia fame di esistere, anche se le nostre esistente si sono incrociate appena, anche se ti sei abbattuto su di me con la forza di un brevissimo respiro. Io vivrò dei tuoi ardenti sfioramenti con la grazia di quella gioia in cui solo si può crescere e divenire. Con la fede che mi libera dal dolore di non poterti comprendere.

Ho aperto gli occhi sulle infinite risorse della mia femminilità e ho trovato un fiume inquinato nella sua essenziale natura e ho avuto paura paura di perdere la tua protezione paura di perdere il tuo amore ed è stato inevitabile perché la rabbia divorava il mio essere dall’interno e faceva di me una personalità rigidamente chiusa nella propria appartenenza all’ombra.

Eri la felicità che avanzava col passo lieve delle piccole cose scivolava fra i miei veli con un dono di silenzio senza macchia e alimentava il mio potenziale creativo per dar voce a un ritmo sensuale e rotondo che sapeva di donna e di salmo di donna. Eri la felicità che preparava l’anima a un incondizionato incontro con Dio.

L’uomo che ora riprende a parlare estende il segreto che ho di te prolunga la mia fulgida abnegazione riappicca splendori alle tue ceneri del divenire. Ti affido impossibile amore a questo padre immenso. Oggi fai di me una personalità docile e acquiescente il cui più alto crimine è di essere un vulcano che stilla fiammelle di passionalità per sublimare i miei più bassi istinti ti vedo essere così sapiente nei tuoi sorrisi anziani gettare un calmo arcobaleno di umanità

sopra la calda apertura che divento nella mia catartica follia di danzare per te per immolare nella mia carne i tuoi aspetti più profondi per fare di te un idolo accerchiato dalla luna io scuoto e sbatto i miei fianchi di terra senza tregua perché voglio riassorbire il tuo pensiero primordiale.

Sono cresciuta nel coraggio del sangue e ti ho amato per un anelito che in me si risvegliava e mi spingeva a riconoscere nei tuoi acuti suggerimenti un’incrollabile fede, una mia viscerale voglia di luce. Torna al tempo in cui sapevi ascoltarmi perché io sono nella terra e posso dare i miei frutti solo giunta a un pieno culmine d’amore.

Il mio amore non è altro che questo: lo schiudersi di una soglia di luce sui fondali inesplorati fino a quando non ti è piaciuto disperdervi le tue purissime coltivazioni. Mi sono risvegliata sotto alle sfrenate carezze delle tue energie perché nella mia carica emotiva tu sei un ricordo vivo e pieno di senso sei la forza stessa della vita che scalcia la mia impressione d’estasi delirante.

Devi essere molto solo tu nella tua virile inconfessabilità e anch’io saprei di essere una solitudine ammutolita e condannata dentro le gabbie del mio non crederti. Se non mi avessi ravvivata tutta in questo senso di fisicità che si libera dai marmi della morale con la coscienza che in te è una sapienza innata.

Se mi ritiri fuori con la risoluzione dei tuoi precisi intagli e col dolore di cui ti servi per comprendermi mi avvali della mia stessa legittimità a modellare e trasformare il nulla. Anche la natura più bassa vuole la sua parte in questo gioco di luci e ombre. Per imparare a domare e custodire i fuochi che in me vogliono estendersi lungo gli argini di tutto il tuo respiro: perché nella gioia di venire a te e alle tue calde mani scopro che il mio più grande e unico peccato è stato quello di ritrarre il mio cuore dalla pienezza d’amore di ogni tua misteriosa grazia. E non saper riconoscere nemmeno ora quanto la forza del tuo bene mi conduca e mi possegga né quanta profondità di visione e di attenzione ci sia nel tuo lavoro di sgranare fra i miei capelli il rinforzo di una preghiera attiva e selvaggia, perché la vera compassione maturi sotto alle braci della nostra più atroce disfatta.

Io distruggo, incendio, ripulisco ogni traccia se così tu prendi vita e acquisti valore e nel segno iniziatico delle mie forze alleate mi riavvolgi in un nido di soffici orgasmi.

Tu rimani con la tua verità dove tu più resti lasciato solo e intimamente muto. Ma io voglio concedermi a piene mani

e farmi un poco sempre più accessibile alle nitide rive dei tuoi sguardi incauti con cui colpisci l’aria ch’io respiro per tracciarvi intorno una mite oasi di consolazione e fra le obnubilate figure del giorno e della notte sei lo stacco assorto di chi sorveglia e tutto lentamente incenerisce. Perché se vengo nelle profondità del tuo empio accarezzarmi io intuisco che nei tuoi occhi l’unità è luce.

Adesso so come anch’io sia sempre stata ad aspettarti per sedurti a incorporare l’essenza di una scrittura tutta racchiusa nella tua calda, inconfondibile voce maschile abbattuta sulle carte come un vento di premunizione con tutta l’impronta di ciò che sono naufragai nel mio silenzio e non avevo altro fine che quello di condurmi all’ordinaria vitalità della tua persona così radicata nelle cose di tutti i giorni sei il ponte che io ho costruito per manifestare l’impeto di una me stessa inconsapevolmente tesa verso la scoperta del tuo volto umano. Il tuo duro volto da cui irradia il senso di una pace lirica.

Non chiedermi perché al cospetto dell’uomo io continui a sentirmi così fragile e infantile. Se tu mi aiuti a scendere a patti con me stessa scopro quanto sono lontana dal percepire in me un tiepido riso d’angelo. Lasciami inabissare nel commovente occhio di balena arenata lungo i sotterranei delle mie ambiguità latenti finche un giorno non ti parrò degna di risalire in un vigoroso battito d’ali tale da produrre la caduta di ogni resistenza sono stata una mutilata sensualità senza forza di espressione per questo hai il dovere di appagarmi entro un santuario pieno di forme di donna.

La tua voce è chiara. Tu produci di pensare e non sai quali storte piste innesti alla mia volontà di penetrare la malattia io coltivo l’ossessione di amarti e mi osservo mutare evolvere il mio materiale grezzo in un ‘aquila, un serpente o una bella donna. Perché se vengo nella tua sofferenza scopro di essere la pecorella smarrita che ha timidamente ritrovato la via e non sa nulla di questo sentiero senza il frutto a parte il fatto che mi appartiene. Questo solo so, come so di amarti con la dolcezza agonizzante di chi non mette radici se non nella propria terrestre ansia d’Illumunazione se non vi fosse questo senso di estraneità e di assoluta perdita di controllo che mi rapisce e mi fa tremare quando ti sono di fronte e ti guardo perché voglio sapere qualcosa, chiedo alla tua cruda realtà d’uomo di disperdere la lenta oscurità dei miei pensieri.

Non vi sono più parole all’interno del mio cuore adesso solo quest’abbondanza di nutrimento del tuo seme di luce e di sangue l’essenza del mio dovere d’incarnarmi in una tua manifestazione del potere di amare in una tua servile immagine della passione perché la mia guarigione è un perdono che richiede il lungo percorso di tutta una vita entro cui scaricare l’odio di cui sono capace.

Non tu dai tuoi anfiteatri pubblici e privati scateni demolizioni di pensiero ma delirio di carne e sangue e le mie allucinazioni di te che raccolgo nel tuo misurato giardino di parole in cui risvegli il saggio dentro al mio essere che si rinnova.

Io fremo al pensiero di raggiungerti ed essere costretta a cercarti là dove mi richiedi di arrendermi a tutte le paure. La paura che ho di entrare in me stessa e intuire il tuo corrispondermi in un calmo, impassibile riflesso di ciò che tu sai appartenere realmente al divenire della mia coscienza. Tu non vedi le buie pupille del mio assiduo rimirarti in vertigini sui miei quattro orizzonti di mura. Ma io del tuo essere profeta assorbirò il reticente sguardo la ferita aperta e sconfinata, il tuo amore vedrò cogliermi nella luce di un lampo e rammentarmi del fatto che vivo in terra ed ardo anch’io di un riso e di un pianto demenziali se questo amore è l’ala di una tristezza inesplicabile.

Non più mi servirò di tutta la tua presenza per credere di crescere oggi mi basta il ricordo di averti teso la mano per sentirmi subito elevata al di sopra del bene e del male.

La mia vulnerabilità è un esperienza di umile accettazione la mia vulnerabilità è far parlare un silenzio senza recriminazione e posso pur andare alla deriva con tutte le cose che credo appartenermi il mio cuore resta saldo.

Se nei tuoi teneri sorrisi vedo la bambina che non sono mai stata tu mi incoraggi a ritrovare la mia vera voce,la mia intima vocazione perché voglio farmi possedere dal riso e voglio stringere un patto con tutti i giullari della tua corte solenne. E voglio imparare a scorgere l’amore che si manifesta in 1000 sfumature e possibilità per vedere le nostre complicità latenti e ammortizzare l’impatto con l’abnorme complessità di quanto vi è di superfluo nei pensieri che mi separano dal naturale corso delle cose e dal libero pulsare di ciò che sono perché la mia introversione negli spazi organizzati delle tue molteplici maniere di realtà mi aiuta a costruire i miei confini tra un dentro e un fuori di cruda, malinconica ironia.

Sono il raggio di una luce bianca colma solo di silenzi e di mal sedotte inclinazioni se a muovermi nella tenebra di un respiro era la fonte sacra di un’idea a cui mai ho rimescolato le mie calde fibre se nulla so della tua sofferenza ma essa mi contamina e mi rende feconda tu conduci l’inquieto gregge a mansuete nozze

se dall’inviolabile ombra dei tuoi spazzi carnali il tuo volto allarghi in un luminoso sorriso ed io comincio a credere di sentire l’odore sensuale della terra.

Incendiata dalle fredde febbri io continuo a vivere e ad ignorare il luogo da dove tu mi parli. E ti chiedo solo di restituirmi le voci dei miei padri assenti che voglio compensare questa mia sete di unità e voglio cominciare a vivere nella mia immediata sensazione di scivolarti accanto perché hai la presenza sincera di chi ha un tocco magico nel dare un nome alle cose e a quell’ora di vero sentire in cui mi risveglierò soltanto piena del mio star bene.

Non ricordo più dove ho lasciato il mio cuore il mio cuore che tu sfogli attentamente mentre con le tue grazie infantili e lievi attraversi un assolato campo di margherite che sale dai fossi e viene con le sue profondità lamentose e deludenti.

Più scavavo il tuo volto più tu non mi guardavi e mi costringevi a invertire la rotta delle mie centrifughe identificazioni perché tu sai quanto la mia interiorità sia sempre molto impressionata dalle pronunce esatte del tuo esperire ed hai l’esperienza di un cacciatore che si confonde con l’ignara boscaglia per riattirarmi verso il basso ogni volta che mi abbracci forte ed io non so resistere ai potenti assalti del tuo volto mancino.

Se il mio sangue è avvelenato il fiume nero dei nostri intimi incontri è una sentenza. Il fiume sacro dei nostri intimi incontri ha il buio delle notti insonni passate a servire i tuoi disinteressati intenti e sono state notti cariche di nostalgia passate a servire preghiere di sangue che mi inchiodavano le membra. Tu giaci maestoso dietro un freddo spessore di indifferenza e intransigenza non accenni alcun gesto, mi conduci a separare i semi dai semi lasci affluire questo fiume che inquina e ci divide mi lasci andare e mi intrattieni con le tue più alte ispirazioni perch’io sono il pallido testimone di questa nostra pallida tragedia di essere nati per inseguirci in un insospettato labirinto di pianto.

E’ che a volte mi sembra di percepire al di sotto dell’umano l’ottusa deformità di un grido che ha tutta la realtà della tua inviolabile sofferenza e al tempo stesso è un essere che preme per venire alla luce e conosce bene la tua anima e i suoi bisbigli immensi.

Il buio circonda questi tortuosi sentieri di foglie gialle e rosse il buio mi circonda e inizia al senso di un linguaggio che esprime solo la verità di ciò che è sacro. Perché quale donna non vorrebbe infilarsi fra le tue braccia e morire lì nel tuo tepore d’uomo o nel silenzio delle tue notti più coraggiose quando riprende l’obliquo girotondo delle tue disperazioni inchiodate a uno schema ben preciso avevo un lessico famigliare ancora troppo scarno per catturarti in una vertigine di macrocosmiche intuizioni perché sono stata una solitudine dispersiva e negletta e periodicamente bloccata nella mia volontà e nella mia spinta aggressiva accerchiata dalla tua isola bella mi sono sentita al sicuro e ben protetta dal potere di attrazione di quei rari giganti denominati genesi.

Ho ancora nel cuore l’aria celestiale ed assassina del tuo rammentarmi il tempo in cui ci siamo amati nel silenzio delle nostre passeggiate notturne dove si sprigionava soprattutto il senso lirico delle cose. Un ramo di magnolia aveva la fragranza di un ramo di magnolia che penetrava nelle carni, ci trafiggeva. Guardavo il verde dell’erba divenire quello di un velluto molto scuro sul quale distendevo le mie gambe bianche che tu accarezzavi con creme per pelli molto sensibili. Con creme per pelli molto devastate e sensibili ed io non so quanta sofferenza trattenevi nel tuo modo di massaggiarmi con cura. Né ricordo di essermi mai accordata alla vibrazione collettiva di quel fermento di vita mattutino che correva coi bambini e si riversava sui prati per raccogliersi tra una luce e un ombra di riscaldati silenzi e poi rifluire in ogni forma di sensualità che accresceva ogni cosa e spingeva noi a riaffondare nella più totale solitudine.

Non accarezzarmi perché vengo dalle ortiche con la gonna lacerata confezione abisso e nel mio buio linguaggio della carne sono piena di buie catastrofi e non mi esplico tanto ingegnosamente come quando mi apro a ricevere l’ignoto di questo mio folle desiderarti se nel ciclone dei miei sottili mutamenti tu permani con un sincero odore di animale.

Il tuo volto era riposato ma avevi negli occhi la magia di allora. E la fresca brezza primaverile che favoriva i nostri giocosi indugi e l’odore della tua pelle e la ruvida ombra del tuo non dire accrescevano il gioco fino a fare di me un’ incantevole rovina io soccombo al rumore sinistro dei tuoi sguardi per il rimpianto che ci pietrifica tutti sulle porte spaurite di chi tace rarefatto il tuo danzistico corteggiamento col divino corpo che mi promettevi di cui io non seppi che le due pure sillabe di una morte prima della genesi.

Sei un pezzo di natura freddamente incastonata attraverso il vibrante interno del mio cuore e non vivo che per questo ricordo perché tu hai saputo trovare pane per i miei denti e per quelli molto più affilati e disumani dell’animale che tu sei nella tua oscurità di essere uomo il mio sguardo interiore io lancio verso le tue altezze di sublime miseria tra una tensione omicida e una speranza divina.

A te che mi credevi indegna ho dato tutto il mio amore il cuore di un Autunno che ci ha lasciato le sue carezze acute e pungenti fra le pieghe di un immoto caos di lenzuola dove con le tue mani forti ti sei affidato alla terra e con i tuoi occhi estremi hai scrutato oltre l’orizzonte e hai persuaso la belva a ritirarsi perché lasciasse entrare il cielo.

E poi ti abituerai a passare dalle mie parti e a incamminarti con parole di sabbia e vento darai tu l’ultimo bacio sul corpo liscio e massiccio della mia storia.

Spesso silenzio fra le vie aride e tortuose del tuo divenire, Oriente alla lunga è una bocca d’ombra strappata dagli strati più profondi delle mie paure.

Ho ancora la tua faccia premuta sul mio seno la tua impronta ancora calda, urlante. Ancora intatta, urlante. Perduto confine tra passione e repulsione.

Ho già sull’epidermide una ruvida freschezza di foglie marce ma tu stammi vicino con le tue emozioni riscaldami con il sangue delle tue emozioni per rinsaldare e sigillare, anche oggi, la nostra unione nella solitudine.

Io sento l’abbraccio fisico della tua tribù e sento anche quanto insopportabile possa divenire: il silenzio.

Ti parlo da questo luogo naufragato nel silenzio dove esultanti erano le neonate speranze ma và dolorando il sorriso che doveva alleggerire i nostri intimi incontri e la dimenticanza non serve a dissipare il tuo sotterraneo rumore perché profondo è il pozzo dei miei bui rancori e ancora troppo debole la luce delle tue candele di parole dolci e persuasive.

Siamo due creature simili tu ed io, entrambi senza risoluzione, perché veniamo dal deserto e come tali ci parrà di saper riconoscere soltanto la voce dei poveri: l’unica lingua che sappiamo parlare. ma a quale prezzo tu se in me estirpi le radici contaminate e in te non sai quali groviglio irrimediabile di pentimenti ti condanna.

Non attendo più lo sguardo da capire adesso ma quello da distruggere tutta mi lascerò divorare dall’azzurro dei tuoi occhi avvelenati perché tu sei un soffio di tenerezza che viene sulla mia pelle scorticata da un angelo di terra fredda e di memoria.

Sento ancora nel cuore le voci che provengono dal mare da un mare ritmato e regolato in un tuo arcano modo di raccontare l’idioletto scarno dalla pelle scura diveniva un’aquila azzurra per quando mi guardavi. Rapido barbaglio di feroci avventure sei stato il maestro che ha saputo servirsene per scrollarsi di dosso un abito troppo elegante per pelli riarse dal sole. Mentre nella stanza rimaneva un soffuso senso di dolore e di imprevedibili nostalgie che risalivano con quelle solitudini vogliose e ancora calde sul bianco del cuscino la tristezza che solo incalza chi vuole veramente spezzare la linea di confine tra maschile e femminile e nella notte, tacita, sale s’erige su sfondi dorati la bianca consolazione.

Non ho più la pazienza istupidita dei sassi ora per accontentarmi di una mezza verità e più di una tenerezza passeggera è un’ala infinita di crudeltà che voglio per alzarmi in volo e lasciar cadere lo spartiacque netto.

Avrò il rossetto rosso sbaffato per quando ridono i pazzi e uno sguardo lapidato ed impassibile sotto la nuova maschera divoratrice. Ma tu lasciami dove sono e come voglio morire con i tuoi baci divenuti tatuaggi di un passato spettrale e non darmi più le tue carezze paterne entro le quali immobile mi addormento per non sentire il dolore di un randagio zoppicante che sarà sempre lo stesso cane mutilato anche dopo averti conosciuto.

Io ti cerco pazientemente con cura e mi calo nel rumore sinistro dei tuoi passaggi in ombra se è vero che hai uno sguardo per accogliermi e uno per cacciarmi ora che tutta l’aridità del deserto è mia e una pioggerella smilza non mi basta. Non avessi avuto questa guida famelica e non vi fossero state quelle emozioni telluriche che si disarcionavano senza alcun controllo, avresti sempre saputo ritrovarmi tu, dopo avermi fiutata.

Il pulsare dell’ora è forse la libertà più crudele. Sguinzagliavo una severa e rigida sorveglianza le parole che si arrestavano con tutto il resto tutt’in torno vi era un’ esile gabbia di luce sterminati miraggi riflessi dalla chiarezza del travertino fissando, dubitando, magre ombre di ginestra.

Mi lasciai circondare dal bianco ora vivo muta e dissolta. Non sono.

L’illusione di averti conosciuto oggi mi basta perché non avevo bisogno d’altro per sentirmi vivere che dell’irruzione del tuo amore violento all’interno della mia vita notti tempestose si distinsero appena per una serie di concatenate circostanze che mi condussero al tuo palazzo di debolezze.

E il tuo entusiasmo mi contagiava rafforzava l’impeto della mia rapacità che riluceva dai miei occhi di rapina perché in te avevo creduto di trovare un luogo dove far parlare Dio dove far accadere la voce di Dio e della nostra commedia di esistere. E versare ossa rotte e parole prive di contorno logico dall’orgogliosa statura della mia femminilità divenne il mio modo di lasciar andare il dolore mentre da laggiù la mia anima si ridestava in un rabbuiato sprazzo di luce sul bianco.

Se ti dico che per riempire la mia vita ho bisogno di sbriciolare l’impeto di un ‘emozione che balza sui nostri istanti e li frantuma.

Se persino l’amore è un gioco del nulla la luce che qui piomba in picchiata non è che il peso della lapide.

Tu hai il potere di afferrare la realtà e sottometterla ai tuoi precisi intenti perché sei stato l’animale snello che ha caricato sulle proprie spalle il peso del mio pensiero. Da allora ho avuto la seta di una sottoveste azzurra per credere di amarti e di comprenderti coi grandi occhi fiduciosi e avevo davvero la forza di salire con te le traballanti scale verso la scoperta di un amore che prometteva il dono di una conoscenza trascendentale.

La mia misura è abbastanza colma per credere di non saper più reagire ma la tua musica mi ridesta nel sangue una tristezza dolce da danzare e da capire con la danza.

Tu imbastisci il tuo ricamo di perfette parole convincenti intorno alla solitudine della mia tavola apparecchiata e poi distendi la coperta sul prato per credere che la vita ci sazi mentre la follia che qui cade di colpo è una lunga sagoma di dolore ogni volta che avanzo nella vita ogni volta che scendo più a fondo e torno ad essere spazzata via da una folgore d’urla fatte di silenzio.

Sostando sulla soglia che divento ho le membra livide e il volto affusolato in una lunga stagione di violenza dopo la pienezza estiva. Attendo un fazzoletto di terra per piantare i miei piccoli semi di Universi assenti l’intento mio di raggiungerti passando dove s’ intrecciano furtivi in un complesso ciclo di nascita e morte i tuoi sentieri neri.

Se mi metto in uno stato nudo di passione tu ti esibisci per me diventi il mio precursore io attendo l’acquietarsi della tua pioggia tardiva se poi mi abbracci con la tua grande sensibilità sento l’essenza del deserto sento l’essere soli sento la perdizione t’imploro di passare per le mie verdi stanze dove ogni giorno nascondigli di parole s’insinuano fra le mie membra disseminano il tuo volto e convalidano, vincente scacco l’ultima illusione quotidiana.

L’essere mal assortito un’aggressività irruente mi travalica che la mia frenesia d’agire, infallibile costruttrice di relitti è un vuoto ancor più ingigantito dall’urgenza della riempitura.

Io continuo la via di una strana rivelazione quella che mi viene da un senso depositato nel deserto quando la sabbia cancella, assorbe, cancella.

Oggi tu canti per me lo specchio offuscato delle mie paure era forse l’attrattiva sentirmi rinascere in quel canto.

Le parole lievitano con un sopore di corpi alla deriva con un’agghiacciante nudità di corpi sparsi le parole sono carne e sangue e vengono con i tuoi baci ispirati alle calme rive dei miei fianchi dove sguazzano in un modo silenzioso i bambini di domani. Le parole crescono, irrompono in un rapido parossisma mortale e col tuo sospiro ultimo l’orrore del vuoto sarà mio.

Il foglio stracciato della tua durezza non era che una tua maniera per dirmi di raccogliere il mio coraggio e usarlo mentre tu depositavi dentro il mio cuore un’incancellabile traccia di devozione e lentamente ti ritiravi dallo spazio della mia presenza ti sei salvato confinato nell’apparente stabilità del tuo ruolo ma io mi sono ritrovata nella nuda spiaggia e non avevo che il peso di questa mia e nostra devozione guardavo un’altalena ancorata nella nebbia la sua imponenza isolata e un poco derelitta anche quando dice una parola d’amore.

Ammetto che m’indebolisce la carne di una certezza sostengo la tua sfida al gioco d’azzardo giuro di mantenere attivo e costante il sentimento di me stessa di fronte all’unica parola chiave che è: vita.

Lenta la vestaglia scivola nei tuoi mari sconfinati l’azzurra coltre di freschezza è una cicogna fertile per le nostre larghe occhiate se nell’ora degli amanti il pianto lava e lubrifica gli strumenti otturati se nel potere del tuo amore voglio ritrovare i miei lucidi canali perché ho ancora un lampo a depositare mentre non è che la mia semplice e pura presenza mentre non sono che io stessa ancora una volta lasciata sola nel mutevole inganno la ferita aperta delle ore.

Per una sorta di verticale insorgenza che dirige il delirio trasalii con la pelle morbida di un bambino galleggiai, transitiva, su un letto di deriva cose strane, inviolabili, incantevoli e crudeli.

Che mi procuri con il tuo tramonto una culla di saggezza e una sofferenza per farmi forte. Poiché ho voglia di rivelarmi adesso e di cadere con il bene e con il male di tutto il mio pensiero in un magma di parole ancora troppo deboli per dare un senso al dolore. Il mio corpo prende il posto del patibolo nello spazio dove tu stringerai a te una bellezza vera.

Forse la tua virile saggezza guiderà davvero l’audacia del mio cuore sincero risveglierà la vitalità delle mie carni con l’anelito di un pensiero che diventa forza e senso del bene. Null’altro avrei ancora da dirti né con le risa né con il pianto più nessuna gioia più nessun dolore. Solo questo farsi vita, questo farsi amore della mia preghiera questo riempirmi della tua essenza umana perché possa darti tutto questo affidarti il mio cuore per comprendere tutto.

Il dolore vivo che ho addosso è per aver cercato di abbracciarti e di comprenderti divenire l’essenza sensuale della vita. La donna viene sempre abbandonata dai sogni e dal suo modo di indugiare in essi perché i sogni sono ombre di idoli non ancora pronti a cadere. Né sono mai arrivata al punto di percepirmi pienamente cosciente di me stessa se non adoperandomi per la realizzazione di un’idea. Sintonizzata sul cuore la mia voce non può essere impura. Indubbiamente sintonizzata sul cuore la gioia del cuore fluisce libera armoniosa e creativa. E ha la forza di un uomo che ha conosciuto i tradimenti e le sfide del deserto. Ha la forza di un uomo che reclama il proprio naturale e legittimo stato di felicità al di là dell’odio, della sofferenza, dell’ira, oltre la mia paura di sprofondare nella parte in ombra della mia umanità. Perché siamo la saggezza di una terra nuda e desolata sotto alle mie anche abbacinate a cui tu ti aggrappi tenacemente con la crudeltà di un cielo che passa e ogni volta ci perdona.

L’esperienza della mia sensibilità ha un suono che mi ricorda l’espressione più matura dei tuoi sacrifici il punto saliente del femminile è riuscire a rimanere ricettivi anche nei confronti della propria componente negativa. E’nel coraggio di aprirsi all’incontro con la parte sacra della propria natura più completa. Perché sei stato il grande evento che è passato attraverso di me e per destarmi ha creato precipitosi crolli, e ha riattizzato le braci nel colosseo dei propri sottili magnetismi la cui metà ostile era una trama sapiente che mi insegnava a sperimentare la mia individualità privata. Io divenivo una cosa ingenua avvinta alla tua forte personalità entro uno spazio erboso in cui inscenare la mia fantasia di mescolare l’atto di pregare con la tua sessualità.

Ora so che se mi hai indotta a una collera disumana fu solo per vedermi discendere sul fondo del cuore dove bianchi sguardi verticali componevano cori di schizofrenia mentre tu ti allontanavi imperturbato ma fiducioso divenendo sempre più irreale nel pulsare freddato dell’ora in cui scegliesti il mio e tuo destino avendo cura di non lasciare tracce lungo il cammino soltanto una trasformazione graduale e repentina alla quale mi adatto con fatica ma impercettibilmente.

Io sono nei tuoi occhi una soglia vigile e interiore sono nel tuo cuore l’essenza del tuo respiro divenuto preghiera sono nel tuo più puro sentire la mia viva poesia che non si esprime se non in questa nostra muta sintesi carnale sono nella tua virilità la ferita aperta e senza pudore la ferita aperta e vertiginosa di questo nostro occulto cadere e risalire aggrappandoci alle forme della devozione.

Sono nel tuo volto la grazia di un bambino che raccoglie in un vaso di terra cotta il fiore di ciascuna gioia e di ciascun dolore quando ti guardo e so di amarti con il mio cuore di donna ma anche con il cuore di un’adepta che vuole rimescolare nel proprio stesso sangue il fulcro di un’anima immortale questo solo sento quando vengo fra le tue braccia allora anche la tua assenza è una potente affermazione della vita.

Il corpo vuole la sua sofferenza il corpo cerca il fiume delle proprie ceneri il mio corpo nato dalla luna ha tratti indisciplinati e dissacranti non hai termini di paragone tu il decadimento ciclico fa irrimediabilmente parte della mia natura femminile.

Se avessi guardato con i miei occhi il cuore celeste dei miei intimi inferni se avessi accarezzato con i miei stessi modi quest’angoscia sapresti di non avermi mai compresa nella mia autenticità, unicità e incomparabile bellezza. Sapresti di non avermi mai amata essenzialmente uomo dai tanti nascondigli sei una pietra inalienabile sul mio cammino di libertà e disperazione.

Non ho altro modo di esprimere la mia gratitudine che questo mio sentirmi figlia figlia delle tue premure così come figlia della tua rabbia permetti all’armonioso equilibrio di un uccello di entrarmi dentro e insegnarmi i suoi slanci metafisici, questo è il dono della grazia. E come avresti potuto amarmi tu con i tuoi lunghi amplessi che mi riavvolgevano in un nido di sicurezze e di conferme io ero una dolce creatura di dolore il cui destino era di realizzarsi in un essere completo e libero.

Non chiedermi quante profonde erano le nostre notti amanti ed assassine né con quanta pace e con quanto silenzio avrei voluto riempire lo spazio riservato ai tuoi accadimenti lo spazio in cui far tacere e urlare al contempo il nostro terrore e la nostra meraviglia di esistere.

Lucenti occhi di bambini donne fiori selvatici albe a cui rimescolavi la tua forte passione per il sacro allora eri una fuggitiva anima in pena che scavava l’oscura miniera d’oro nell’attesa di una luce più vicina ed ogni volta che tornavi avevi gli occhi pieni d’immagini inespresse e di atmosfere orientali che ti attraversavano il viso con una voglia di pianto. Mentre profanavi il mio corpo con estremo rispetto.

Ero una Dea che perdeva sangue e prestigio e avevo bisogno di danzare per riacquistare le forze e di mostrarti la danza che mi fluiva in corpo identica al passo lieve di ogni cosa. Ma raggelavo. Il cuore tuo non mi scaldava e avevo l’anima piena di rapide insidie e di ripidi tranelli ti chiedevo solo di sciogliere le mie camice di forza in mille estenuanti carezze di approvvigionamento perché tu eri implicato quanto me in quel vento scabro d’eroi che ci portava i suoi aridi sfioramenti di sguardi che soccorrevano e al tempo stesso ammonivano. Sono stata la sembianza scolpita con la furibonda scintilla della tua passione la passione che hai negato e distrutto per credere di rimanere integro per credere di difendere il tuo territorio quando più non sapevi distinguere le dannose epidemie dai buoni auspici del mio sangue, quando più non sapevi distinguermi dalle calamità che ti portavo ma custodivo anche un segreto giardino di preghiere per te che non sapevi più riconoscere la parte inalterata di me stessa.

Totalmente nuda e costantemente innamorata scivolavo sulle soglie del sagrato e inginocchiata cominciavo a perdonare un perdono che smaltivo a dure lacrime e avevo da tempo smarrito la mia estatica danza la mia estatica danza dall’espressione così selvaggia e fiera dalle acque sempre trasparenti, sempre chiare le acque impetuose che mi trascinarono ai tuoi piedi perché tu eri l’arte entro cui cercavo di costruire la mia stabile dimora ma affollati i nostri intimi incontri dalle indelebili ombre della colpa e dall’illusione ossessiva di un cielo esaltato da una libido sfrenata consumavo ogni tuo residuo di forze e di passione per aprire uno spiraglio di luce sopra mari di banalità.

Impura e tormentata è tutta la mia danza se è un fuoco che pena ad accendersi l’urgenza scuote nel mio sangue una qualità alchemica che mi da inizio vinto è solo il senso di colpa e l’abitudine a credersi immeritevoli un’antica paura ti raggiunge e fa di te questa fede che sfuma, questo grido di brace inghiottito dal tempo, sento la spada che brandisce e non può salvarmi se non infilzando gli usurpatori nel cuore. Accompagna tu il mio sforzo di smantellare questa marionetta ignara della vita.

Sarà che il dolore ha una sua saggezza se è servito a condurmi alle tue più alte leggi sarà che tu cadi come una pioggia gentile se nella notte più nera scivoli a ridosso di un’incantata follia per incontrare, ebbro, la mia bocca allora i nostri primi incontri erano un deserto arduo a sviluppare la vita incastrata nel filo spinato delle mezze umanità dalle radici recise il mio sangue isolava spasmodici canti di guerra là dove tu portavi il tuo silenzio: il tuo clima colmo di armonia ed abbondanza.

Il volo che nei tuoi occhi si dispiega lento mi dà un preciso senso di armonia. Mi sento volteggiare intima e materna perché vedo l’umiltà con la quale mi guidi in questa nuova alba di peccati. Voci mistiche e atmosfere intense incrementano la divinità latente ed io scopro di non sapermi più muovere nella vita se non attraverso questo tuo esemplare starmi accanto difendendo la mia povertà con agguati d’invincibile dolcezza e la disarmante lingua che lecca le ferite ad un amore ottenebrato hai parole forti per quando mi vien sera. Hai nello sguardo la grazia dell’innocente mio addormentarmi dimentica di questo mio essere una natura libera e sciolta nel proprio spirito divino.

Luce che illumini e salvi ci rigetti ogni volta entro il flusso dirompente della vita ascolta questa docile preghiera.

Dentro la mia assenza di chiarezza mi sono tormentata ho nutrito i cupi avvoltoi osservate le oscurità potenti calato a picco il mio cuore con le bianche nostalgie i chiari deliri.

Il volto della gioia era una sequenza di pensieri ispirati con questo volto abbiamo giocato fin quando hai avuto voglia di fissarti in un ruolo da mentore giunta alle chiare fonti del tuo amore sono discesa nella stoffa di un giglio inespugnabile con i cori di una bambina che governava i fortilizi eretti dai resti di un dolore qui nel campo in ombra della tua presenza dove nutrivi un potenziale divino e seducente e mi afferravi nella carne di un pensiero che uccide.

L’amore nasceva nei tuoi occhi con una sola vera parola: luce l’amore che risaliva lungo il mio corpo di donna e infondeva sintonie eterne ai mie disfatti lineamenti mentre da laggiù raccoglievo nelle mie viscere il ruggito del sangue fare di me una bianca devastazione della fede.

Tu sei venuto a me con una nuova truce consapevolezza a dirmi che il mio modo di amarti non riguarda la tua vita a dirmi che la mia sofferenza non ti riguarda riconosco i tuoi duri contorni nella calma struggente dell’ora.

Solo tu con le tue mani immacolate puoi sbriciolare la dura essenza del mio tormento questi climi torbidi di paure devono svanire non vi aleggia più che la nociva ombra di una madre sanguinaria ancestrale rovina di un passato eretto a colpi di amore ed odio né tu più giungi di lontano con le tue promesse di luce con la tua missione di fermare la lenta pietrificazione degli idoli il ritorno alla natura più profonda ci unisce impugna tu questi profili neri di terrazze queste ostinate penombre di scorci dove trasognati corpi vivono il tempo di una frivolezza.

Qui l’energico e virile caposaldo che mi tiene è una parabola del bene un immediato risanamento assalita dalla coscienza della tua esistenza mi circuivi e stilizzavi in una sciolta natura di parole concise e illuminate. Era la mia maniera di amarti.

Qui non domina l’infernale arida voce della colpa di colpo è stata spazzata via da una mano d’angelo una nuova tenerezza della luna può ancora germinare.

Ho attraversato un deserto di uomini per venire a trovare te, mescolarmi al rumore del tuo sangue e dei tuoi umori, sentirmi pienamente carnale pienamente sazia d’amore e di disperazione.

Ho amato subito in te la tollerante versatilità il tuo distacco dalle cose, mite la semplicità che tradisce un’ intelligenza vigile l’ironia che rivela una profondità mostruosa.

Guardami non riesco più a muovermi se non in questo stato di animalità in cui io e te parliamo lo stesso linguaggio l’ordinarietà entro cui mi hai lasciata sola ha reciso le ali del mio mutamento sono divenuta una dimora assassina per quella maniera cinica di evitare il tuo amore passeggero come il paradiso di un sorriso le lacrime continuano a sgorgare verso le piatte destinazioni e il farmaco ha incoraggiato solo la degradazione della mia anima a dimensioni di normalità, la dispersione del mio pensiero nel caos di un’anonimia tranquilla.

Sono la storia di un amore che non esiste la storia di una donna che ha sigillato i suoi respiri col sangue caldo del tuo abbraccio immenso sono qui per ridarti la vita, per sentire che la vita torni.

Volevo essere remota come il mare o un riverbero di prati assolati l’odore arso del fieno volevo essere nel sole l’instancabile lavorio delle madri.

La mia pelle è una primula tremula e lasciva guardo il cielo trascorrere con il tempo il mio corpo è una pace che sanguina in presenza di Dio guardo soprattutto il cielo camminare da assassino impigliata negli odori del tempo sarò un’armonia bianca una parola Eterna.

Come faccio a credere al mistero di questo tuo irreversibile irrompere nella mia vita senza poterti fermare durante il rumore del sangue, l’immensità del tuo respiro.

Le parole mi aiutano solo quando sono intrise di sangue solo quando il tuo dire è fulmineo ed eccitante. E’questo che più mi manca della tua persona le sue parole solari la consapevolezza di essere folli la magia della sua presenza con quella magia ho creato le mie solitudini più produttive con quella magia ho avvertito i confini della mia grande solitudine e a lungo ho rovesciato la mia anima sui sentieri del marmo con quella magia ho creduto di potere… ho abboccato a tutte le illusioni.

L’umiltà in lui era tutto era la spinta che ogni volta mi ricordava dell’esistenza di Dio ma io in lui cercavo la violenza la violenza che mi buttava addosso radendo al suolo tutti i nascondigli in lui amavo il suo modo di trascinarmi fuori dalla malattia per lasciarmi nuda e piena di vergogna. Il suo perdono, il suo spietato perdono oggi mi basta.

Attendo raggiungere veri luoghi selvaggi in cui gettare il mio seme.

Sai che questo meraviglioso mistero della mia carne donata a te non è altro che la manifestazione più grossolana del nulla sai come ho tentato di mantenermi al riparo dagli assalti della vita e tutto quello che ho ottenuto è questo ventre distrutto e defraudato da poveri diavoli che erano forse molto più impauriti di me mi è rimasto il senso vertiginoso della caduta una vaga sensazione di perdermi entro una cieca forma di devozione mi è rimasta questa viscerale voglia di adorarti nella forza che incarna la trasgressione nella prorompenza stessa della vita che fa di me un cuore incondizionatamente innamorato.

Celebrerò la tua forza con lo splendore di tutta la mia decadenza perché sono l’orgoglioso fiore cresciuto all’ombra di grandi uomini senza nome il mio orgoglio adesso sei tu che hai potuto avere negli occhi il linguaggio delle cose che crollano eppur sopravvivono al perché d’ogni dolore con gli anni ti sei fatto più feroce ma sei anche divenuto più arrendevole questo è il credo da cui vieni e su cui ti sei modellato con il coraggio di una legittima follia.

Io sono un mistero vorace un affamato giglio di oscenità l’innocente bisogno di crederti possibile.

Il tuo solo esserci è un sedurre che conduce alla resa e apre l’accesso ad ogni forma di spiritualità e passione e apre l’accesso a un deserto di turpitudine l’infamia che ci ha deturpati e depredati l’infamia che fa di noi una commovente ansia di luce.

Guardami negli occhi e dimmi se la pena che ho nel cuore è la stessa che accompagna il tuo tacere perché una notte che canta con questo tuo modo blando di concederti inafferrabilmente lascia ardore e tormento e correnti di pensiero che imprimono il segno con parole innocue e al tempo stesso spregiudicate se con i tuoi baci leggeri mi concedi il dono di muovermi leggera intorno ai tuoi altari e non ho che questa voglia di venire nelle tue mani quando penetrano a ritmo triviale il cuore delle cose. E per qualche istante chiedi di poter frugare dentro di me con la lama di un coltello con la lama di un’esperienza che ti insegna il dolore nella sua pienezza rivela il fondo di questa cruda ironia e ti rafforza l’anima.

Mi hai invitata a entrare nel giardino della tua sacra quotidianità in te ho goduto fino in fondo la radice di ogni perversione umana in te ho assaporato fino in fondo la rivelazione della colpa tu eri lo schiaffo tu eri il profeta tu eri la violenza del sole battuta a piedi ebbri sui selciati tu eri il sole dei vivi, dei pazzi, dei risvegliati.

Ho esasperato la carezza del vento affinché nessun vento venisse a scuotermi dal profondo ma ignoravo l’ombra del tuo cuore patriarcale ignoravo questa tristezza venuta dalle tue mani dalle tue mani ricolme di fuoco vivo per bruciare ciò che in me stessa mi dissociava dalle sorgenti del potere femminile.

Sei stato all’ultimo stadio del mio amore una disperazione pallida un mai osato grido. I miei sogni restano tremuli rose, umide dita ansiose di contatto.

Tu avanzavi nel buio con gli occhi di chi capisce il profondo segreto delle sintonie e delle beatitudini. Il tuo sguardo virile aveva la leggerezza di un vento più maturo affrancato dalle mie patetiche ombre osservavi in me le parti intaccate dalla rabbia usavi una sarcastica indipendenza, una non curanza sottile mentre io avevo bisogno di tutta la tua pelle per creare il senso della realtà e illudermi di essere protetta. Talvolta mi apparivi brutale come un Dio che avrebbe sgretolato in me il mio masochistico io. Ero succube delle mie stesse visioni. Mi cullava soprattutto l’idea del tuo senso di giustizia, cruda e intatta fede nell’amore con cui mi avresti presa un giorno e strappata a una progenie di errori. Poi ci fu la quiete e il pulsare del tuo sangue che mi sfiorava le tempie con un delicato rispetto per la morte. Poi ci fu l’immediatezza della tua realtà che bruciava sulla mia pelle e diveniva una preghiera, un chiaro senso del bene e insieme una dolcissima morte.

Ho questa visione di te e del tuo temperamento indigeno: occhi verdi affondati in una carnagione scura. Tu che ti scaraventi sulla mia vita giusto il tempo di abbandonarmi io che scivolo sui lineamenti oscuri della tua crudeltà, della tua essenza molto vicina al male del tuo incarnare e dar vita a una natura essenzialmente crudele, potrei continuare ad amarti ancora, e a lungo.

Ancorata a un profondo senso per il dramma l’eccesso del pensiero ha frenato la mia corsa alla vita ma tu sei venuto a me con un tuo ritmo sensuale e tribale a dirmi che l’amore non è che un gioco.

Nel nostro fervore di amarci pregavamo cadesse la pioggia rifiorissero istintive Primavere.

Quando sono nell’ombra calda dei tuoi sguardi un angelo scende a benedire i nostri sforzi per il pane.

Ho paura di essere felice, perché quello della felicità è un potere disarmante è il potere del povero. Tu parli il linguaggio della povertà sai che l’occhio che davvero vede coglie insieme l’essere e il non essere il buono e il marcio. Tu credi in questa fondamentale felicità.

Tu che dal buio delle mie paure accendevi l’abbaglio di sentirmi amata eri un insondabile cielo di dolore che io sperimentavo per capire come ti dovevo ascoltare tu ti esibivi nei tuoi giochi di potere con l’intensità e la violenza di chi ha scavato nella mente di chi ha apprezzato anche l’inferno in un freddo impulso d’ironia con cui spargevi dentro di me l’intelligenza di un seme distruttivo e in un sentimento di consapevole rabbia misurata che infiammava le tue mani a contatto con la mia estrema sensibilità che era una sincerità disarmante, talvolta spaventosa, una sincerità che sgombrava la mal celata caricatura nel recare i segni delle privazioni e si apriva una strada a partire dalle macerie.

Sai di legno e di memoria ogni volta che distendi innalzato nel sonno l’angelo della luce e dalle mie vene di straniera sento pulsare un focolare di ospitalità se dalle zone più remote della mia coscienza mi ritorna un vento di sapori familiari e affumicati l’odore antico e pieno di certe calde ombre tra le case il retro umido di certi sguardi che ti fanno ritrovare l’ora del perdono con la gioia infantile di ciò che di più elementare si manifesta io scivolo con un fruscio di rondini perpetue lungo tutta la tua figura d’uomo perdutamente amata.

Ho in mente pure e perfette forme che la scrittura demolisce.

Iniziai con una libera espressione di me stessa un insorgere di febbrile spontaneità vitale che voleva danzare tutt’intorno alle mie paure con te dentro il terrificante buio in un istante d’intimità fugace con la morte che ci insegnava ad accogliere il dolore come la gioia.

Mi è rimasta la sensazione mistica della tua presenza la traccia di un te stesso insieme bugiardo e sincero colpevole e innocente quest’impronta viva divenuta a far parte di me è la nostalgia più struggente.

tornare ad essere intimamente muti nell’unità del respiro con il fruscio di ogni cosa col vibrare dell’ora, la luce ascoltarsi divenire il fiume che scorre sotto casa dimenticarsi perfino del proprio stesso nome comprendere di non essersi mai posseduti.

Mio mistificatore estremo di parole in forma di sembianze non fui mai altrettanto capace di vederti né di starti vicino così impudentemente. Né seppi mai per quali sotterranee evoluzioni del mio spirito lentamente mi separai dal mio Dio per incarnare il tuo. Poteva pur ben progettarsi un mio disinibito disegno di rifioritura un mio notturno Giappone di poetici ruscelli, rimanevo inutilmente donna che si spogliava di tutto perfino di sé stessa per un reminiscente eco d’aurore al primo cenno di un tuo amaro sorriso. E i cieli puri e ancora dolci come il mio si facevano labili per altre fedi disfatte mentre aprivo le mie gabbie carnali per uomini che mai pervennero alla comprensione profonda dei miei eccessi. Entro i tempi morti della nostra storia rifluivano forze anonime e distruttive col potere di un entità maschile il cui esatto manifestarsi coincideva con il paziente femminile che premeva sotto la superficie dei mie sintomi di morte. Mai più mi desterò estensione brulla della mia vita emotiva per l’urgenza di scagliarsi cechi su ogni illusoria forma di bellezza su della multiforme illusorietà del Nume che da sempre mi rinnega l’effimero giardino delle tue promesse era un cane bastonato per ogni volta che hai respinto il mio cuore. Mai più ti aspetterò piombare come una meteorite d’amore all’interno della mia vita per infuocare il mio essere con il principio di un intatto credo. Per poi sentirmi rispondere che non esiste più un’anima pura, né la carne appena concepita è ancora carne.

Con il suo scavo nella solitudine si costringeva a guardare con la sua passione febbrile ricadeva nella fossa con gli odori della terra tornava a leggere la solitudine con le sue ali dilaniate ricomponeva l’indecifrabile soffrire di tutti perché l’autodistruttivo suo gesto ascoltava più della sua preghiera lei che aveva ammirato la rigogliosa esuberanza di tutti i fiori terrestri divenire uno scaltro branco di sciacalli espulsa dai fortilizi della propria fralezza una sicura testimone raccoglieva i tuoi depositi di anime realizzate e che cos’erano quelle soste stupefatte di silenzio se non le voci inascoltate dei miei demoni repressi potevo pur ben conciliarmi con la fioca voce delle tue mezze verità il fior di loto dei nostri teneri incontri deperiva racchiusa in un sogno di umide, sparpagliate luci avrebbe a poco a poco ritrovato il bandolo dei suoi capelli in fiamme per inaugurare l’era della rabbia e con quanta discrezione avrebbe saputo spingersi dentro il silenzio di Dio dentro l’emancipato corpo della tua tensione verso Dio.

Io attaccavo i bottoni al tuo abito arancione mentre tu guadagnavi tempo per fuggire dietro le emergenti figure del sole e della grazia io ritornavo alla mia vita monotona e tranquilla nessuno si sarebbe accorto di niente. La multicolore giostra del mondo avrebbe continuato a girare. E la bellezza non sarebbe mai più esistita.

Vienimi vicino con tutto il tuo caldo morire perché voglio tornare a sentirmi al sicuro solo nella tua indole sacra.

Solo le sofferenze restano e sono rughe coltivate sugli interminabili volti dei tramonti e sono macigni irremovibili sul deserto dei nostri tradimenti mentre io non ho mai saputo quali parole d’angelo o di demonio tu mi portavi né per quali forze contrarie io sempre mi sono ripiegata al mio iniziale del tutto negativo. Mi è rimasto soltanto il flagello di una scrittura della luce a incidere la mia pelle col soffio eterno dell’odio un odio che c’è da sempre venuto prima dell’inferno e del paradiso un odio che è l’altra faccia dell’amore, che è un amore decaduto iniziato molto prima di me da qualche parte nella notte cosmica ha fermentato il mio germe folle alla vita.

Se nella tempesta dei miei minuti d’insonnia intravedevo un barbaglio che si diramava in vie di luce e di speranza era te che pensavo venire con un perdono che mi portava il ricordo della mia originaria innocenza e se ad ogni passi il mio cammino diventava una profonda demistificazione era grazie ai tuoi brevi interventi di chiarezza che potevo cogliere la miseria che mi separava dal mio e tuo cuore e se dalle notti passate a piangere e a rovistare dentro al pozzo tu scendevi a darmi un bacio sulla fronte era il tuo silenzio che mi augurava di essere viva come una creatura.

Tu chiedevi se le sabbie non cominciassero così tutte quelle solitudini sparse in una luce raggelata di marina a riprodurre il tempo di un’occhiata di terrore dove vanno tutte queste parole, e il vento quando le disperde dove va a finire? E quando le parole si staccano dal silenzio chi può dire quale volto incarnino.

Sboccerebbe in tutta la sua pienezza, dicevi, il tragico corpo dell’eterno amore trarresti dalla mia matrice terrosa un fiore incenerito non era per te stringere un patto con lo straniero nella tua stessa carne non era per noi imprimere sulla sabbia tracce più profonde di un sospiro la mia distanza fisica ed emotiva aumentava l’imbarazzo di averti creduto un tempo. E qui nelle soste del mio piacere perdurava la paura e nulla di tutto quello che avevamo imparato dalle tue parole veramente assorbivo se non lanciando la mia natura in un volo di ascensioni . Infruttuosa miseria del mio esserti stata fedele, angosciosa miseria dell’animale pacifico che si risveglia d’un tratto e chiede solo di poter ferire, sbranare, divorare l’intero albero del bene e del male.

Insieme alla tua spinta sociale verso il prossimo abbiamo scolpito l’aria di tanti piccoli ponti interumani, per celebrare la rinascente figura d’Africa, ma proprio sul versante del mio passaggio da crisalide a farfalla: mi hai tagliata fuori, mi hai esclusa da tutti i contatti con la vita. Capivo allora che avevi cercato di soffocare l’impeto di rabbia che ti aveva spinto su di me ad aggredire il riflesso della tua stessa follia, capivo di averti provocato a ritirar fuori i tuoi più crudi e bestiali istinti nel tuo essere totalmente, pienamente uomo. Ma tu non rispettavi le intuizioni del mio cuore messo a tacere, nel tuo sguardo freddato incontravo la mia anima pietrificata che ancora cercava di aderire a quell’unica risposta fatta di carne che solo si apriva intorno al senso dell’offerta.

Ho un sotterraneo giardino di aridità per tutte le volte che ti ho parlato senza udire la mia vera voce se ho bisogno di sentirmi irrimediabilmente accerchiata dai tuoi sguardi di benevolenza e di sterminio . Perché hai il temperamento sanguigno del maschile che alimenta in me l’istinto di ricrearmi e di spingermi entro i liberi movimenti del femminile, per afferrare l’essenza di una natura consumata da ciò che di malvagio si prepara a venire. Perché se tu non partecipi con la piena offerta della tua anima e del tuo corpo io non capisco il dolore che si agita sui fondali e non sopporto di sentirmi posseduta da una rabbia anonima e senza volto il tramonto è una fresca benedizione per la mia violenta emotività in ebollizione .

Per la bellezza dei nostri due cuori separati da un vano riarmo di pensieri.

Hai preso da me qualcosa di assennato la mia lucida traccia mi hai lasciata fra tanto fremere di fondamenta una dimora senza Dio una che non può più ritrovarsi fra cumuli di macerie dove torno a raccogliere il mio viscerale ruolo di madre congiunta alla terra perché ero soltanto una completa pioggia di sterilità che voleva riemergere con la mia mano in crescita nella tua abbandonata nella mia fragile tenebra emotiva ho risvegliato la guardiana delle mie crude gabbie di realtà per non sentire più la carne del cielo il profilo assassino della mia personalità fu riassorbito da un deserto di amori mai coltivati. Seppi che non si può estirpare la fioritura a quest’unico sole che ci assedia e ci ridesta con un genuino fremito di nostalgia io tutta sprofonderò nel buio del mio far ritorno a me stessa ogni mio respiro sigillerò con il sudore imperlato sul volto della tua assenza.

Dopo vaste piaghe di cielo rimaste in contemplate riemerse da un fango di silenzi, il povero dopo interi fiumi di preghiere trascorsi fra le dita dei poveri fu prosciugata anche l’ultima traccia di pianto fu riallacciato al ritmo di ogni confusione e cadde fremente tra le braccia del caos il senso di un ulteriore liturgia gli fu suggerito nel sangue e ancora una volta nessuno fu iniziato al senso delle albe e dei tramonti la sua carne fu rinsaldata al metallo lucido dei tuoi occhi oracolari ancora ardente di passione fu rigettato dentro il buco nel ghiaccio dopo la nascita cominciò la distanza dal creatore legioni di stranieri si avvicinarono per spezzargli le ossa e fare della sua pelle un raccapricciante abito di menzogne dopo l’assenza di Dio maturò l’inchiostro, seme della forza furono restituite a un tremore d’angoscia le sue carte sparse sul tavolo dopo le carte sparse sul tavolo disperse le ceneri del suo parto la vergine la vecchia si lasciò divorare dalle abominevoli ombre che aveva lasciato crescere all’interno della sua mente. La vergine confezionava la sua preghiera più carnale la vecchia si ritirò nei suoi cunicoli della colpa.

torna alle poesie


Di....vento POESIA

da  “Le armonie Nascoste”

Vorrei fondermi con te ogni notte: fondermi con questo
nostro modo di amarci che va al di là / dell'amore
stesso. Attraverso il noto e l'ignoto, il visibile e l'invisibile:
tu eri il mio fresco
arcobaleno evanescente per quando mi abbracciavi
con i piedi nel fango, io ero la vasta desolazione / che ti
circondava con uno sguardo affusolato in una
carezzevole malinconia.

Perfino in mezzo alle folle inferocite io riuscivo a
sentirmi sola.
Perfino nel diadema dolce dei tuoi baci ho ascoltato il
mio essere sola
L'anima era un magnete che attirava il mio corpo
a rinchiudersi nella parte introversa di me stessa.
Potevo sentire la voce dei tuoi sensi assopiti nella calura
d'estate
volevo solo riscattare le parole innocenti di un giglio
esile e calpestato.

La tua seduzione era un canto che raggiungeva il
marmo dei miei segreti e dei miei silenzi
Lungo le minuscole vie che sfociavano impietrite sul
bianco mare
Lungo i vicoli stretti del mio mondo arroccato su di
prodigiose altezze di abbandoni
Dove a sera il sonno scendeva con un odore di fumo e
di minestra.

da  “Le ceneri del divenire”

Mostrami un sentiero di rose rosse aprirsi sulla bianca
calma del mare, mostrami la tua vena di
creatività infinita, perché il mio scrivere diventi un atto
d’amore e di donazione: ogni segno, ogni
messaggio della natura mi porta la visione della tua
assenza: la mia nostalgia è una traccia di
sangue incisa con una luminosa forza devozionale che
rivela l’anima assorta delle donne.

Portami la voce del silenzio, mostrami un mondo fatto
solo di esperienze fisiche e carnali
sono troppo umana per ritornare alle fonti della mia
originaria innocenza
ricoprimi di oscurità e di selvatichezza, risveglia i miei
grandi occhi d’assassina
perché la mia scrittura diventi donna.

da  “Le trame del risveglio”

E poi ti abituerai a passare dalle mie parti
E a incamminarti con parole di sabbia e vento
Darai tu
L’ultimo bacio
Sul corpo liscio e massiccio della mia storia.

La terra coi suoi colori ha perso la sua freschezza originaria
Ognuno parla per conto suo, i dialoghi non combaciano
Ed ogni destino è privato.

Ora vivo muta e dissolta. Non sono.

L’illusione di averti conosciuto oggi mi basta
Perché non avevo bisogno d’altro per sentirmi vivere
Che dell’irruenza del tuo amore violento all’interno
della mia vita
Notti tempestose si distinsero appena
Per una serie di concatenate circostanze che mi
condussero al tuo palazzo

di debolezze.

torna alle poesie

Comparse


Attimo della parola

Lo sapevamo lo sapevamo solo per noi stessi perché ben incarnavano la solitudine delle nostre interrogazioni giornaliere lo sapevamo per i nostri corpi devastati dall’insostenibile crollo dei nostri giorni senza contenuto lo si sapeva per quei cieli. O per nessuno cieli testimoni, guardiani e ancora possibili.

Sì, era questo erano le sue mani, i suoi occhi ancora vivi lo sguardo era la capacità di sopportare tutto anche il suo volto già disfatto ma consolante e ancora necessario come il riso di un bambino

E accarezzato poi

Preso tutto in quel solo istante di luce sul viso

Era così, era innegabile, era lui la sua vita, il suo amore, la sua morte.

Ti vedo ti ascolto ancora ti guardo come solo potrei guardare l’infinità di un cielo sconosciuto e violento non si sa da dove viene. Da dove sia venuto questo cielo. Quest’azzurro così compiuto e pieno come se fosse vero si sente, si vive, si sa che arriva, passa e resta lì tenace e calmo come il tempo.

Al punto in cui sono non so più ritrovarlo non so più se esiste

Se sia veramente mai esistito lo sguardo che ha preso tutto che ha schiantato la serratura dei cancelli ma l’amore è rimasto lì, tra le sbarre, il ferro.

Era il potere del tuo sguardo. Quando mi lasciava. Il vuoto. Era la forza della tua presenza. Poi dopo, la solitudine, il vuoto. Io continuo a cercarti e a scavare fino a riesumare la parte più femminile di me stessa in quell’ignoto che è divenuto il tuo volto non sopporto il tuo buio di carne.

Difficile immaginare anche solo di poterlo dire riuscire a parlarne come di una cosa necessaria di una cosa che c’è, esiste, solo perché di colpo è divenuta necessaria, quasi urgente ma non ci sono parole l’amare lui non ha misura e pensare a lui non può mai partire se non dall’indecifrabile.

Ho bisogno di un istante in cui trovare da vivere ed è tacere e urlare al contempo. Ed è amare e insieme amare e morire per questo atto un atto di donazione.

Sì, è questo volto naufragato in sé affondato nel mio silenzio di amarti l’origine la fisionomia di una scrittura qualcosa di scritto con tutto il corpo

Vieni ora,

ti do il silenzio da cui ti parlo ti do la mia carne questo amore scritto.

Mi tengo stretta a queste molteplici maniere di realtà, di finzione, di difesa frammenti delle mie illusioni, nient’altro pezzi di follia follia sparsa, diffusa con la luce, lo spazio con il mio respiro sì, è questo, è il bianco l’orrore bianco in cui mi lasci cadere con le parole, il fuoco.

Credo che sia questo: è scrivere, mi spaventa perché a un tratto sembra avere un senso assume di colpo un significato estremo in rapporto al libero movimento di qualche cosa dentro di me che talvolta sembra chiamare, aspettare anche l’atto la vuole: chiede la sua lapide.

Volevo fondere vita, amore, morte in una scrittura chiara e folgorante volevo dirlo in poche parole, in brevi frasi asciutte e scarne che si tratta di solitudine questo deserto gridato.

Chiedo se posso averti così se sia possibile averti solo così portarti presto in questo luogo dell’inesprimibile perché la mia è una storia che si estingue subito a contatto con la vita. E’ l’amore sì che accelera il ritmo del sangue verso l’oscurità.

Scopro di amarti anche quando non mi accorgo che esisti lo so, adesso che ti ho portato con me in questa breve morte figurata lo so da quando sei rimasto laggiù, lontano nelle carte.

Ti bacio ti parlo anche quando ti dimentico e non so più chi sono. Dopo le mie parole assimilate alle tue mi sento svuotata, irraggiungibile, triste, di una tristezza nuova e senza direzione ma quotidiana che ha il ritmo regolare e monotono della vita sempre diverso e sempre uguale a se stesso.

Credo di amarti solo per via di questa tristezza di questa stanchezza di questi vuoti incolmabili che tu sei in grado di vedere di comprendere.

Scrivere, e poi perdere talvolta il senso stesso delle proprie immagini ma sapere sempre che si tratta di qualcun’ altro Di un amore di cui non si sa niente, si ignora tutto si ignora.

Colui che scrive la sua scrittura non l’avrà mai.


LE VOCI

Una stanza.

Un incerto spazio quotidiano colmo di pura durata interiore.

La stanza è vuota . Solo due corpi al centro di un pavimento bianco. Immobili. Nudi. L’uno di fronte all’altro. Poca distanza tra loro. L’atmosfera di luce è molto debole. Semioscura.

Due voci femminili. Rispettivamente indicate: la prima in A e la seconda in B:

A: Stava lì come un’argomentazione interrotta o un cantiere all’abbandono, o qualcosa di cui ho dimenticato tutto. Qualcosa che stava tutta nel silenzio. Nel senso di quelle parole. L’intero corpo di lui stava racchiuso nelle parole. Nel senso. Quel silenzio era tutto, interamente lui stesso.

B: Si può vivere anche di questo se vuoi. Parlo del fuoco che non arriva mai. Non arriva mai. E poi , scrivere della sua verità. Gridarla senza voce. Ecco tutto.

A: Volevo parlare di una forza che aveva il suo sguardo. Da urlare tanto era intenso. Avevo sempre paura di essere vista da lui. Perché sapevo che mi vedeva.

B: E’ infine qualcosa di scritto che rimane. Sta lì, come una chiesa dimenticata. Mentre diventa la donna che ignora tutto del suo spazio divino. Di lui. Tutto quello che in lui trepida ed è intimamente suo.

A: Volevo parlare della sua maniera di non avere più un volto per me. Di essermi divenuto innominabile. Lui aveva qualcosa nel viso. Un suo modo di guardare, incomprensibile. Sì, era questo. Era l’azzurro dei suoi occhi. Quello di un cielo livido uscito dal fondo del tempo.

B: Lo senti il bianco che circonda?

A: Sento lo sguardo che ha preso tutto. Parlo dell’azzurro che viene dall’origine.

B: No. E’ soltanto lo scritto, lo scritto che ha preso il posto di quella che ama, che vive. E’ questo sbriciolarsi dello scrivere. La tua voce assente.

A: Sì, era la solitudine inviolabile del corpo. Quella palpabile dello spazio: quando sentivo che si trattava di lui, di un potenziale, eventuale essere del desiderio. E già l’ineluttabilità di questa nuova paura. Era lui, mi spaventava. Perché a un tratto sembrava esser vivo. Da far piangere tanto era vivo.

B: Mi stai usando per crederti. Credere alla tua esistenza e a quella delle parole. In questa muta carne della tua immaginazione dove: tu sei.

A: Allora trovavo tutto un alone di non vissuto proiettato intorno al vivere dalla vita stessa. Aspettando l’assenza nelle ceneri del divenire. Forse lo amavo perché mi lasciava intorno il silenzio. Il bianco.

B: ….è che tutto a un tratto sembra avere un senso. Come un essere d’indicibile follia divenuto di colpo visibile con tutta la sua prigione. I suoi deliri. I deserti.

A: Soprattutto volevo andare nel suo sincero odore di animale. Nell’odore di ciò che più restava.

B: Mi stai usando per crederti. Credere di averlo sentito. Anche solo per qualche breve istante, l’odore della terra, del sangue.

A: Anche lui era triste. Solo. Terribilmente solo. Si riconosce, si vede di uno che è solo. Da come cammina. Guarda. Da come guarda. Era il suo sguardo: la sua maniera di soffrire. E comprendere e dimenticare poi. Scordare tutto di qualcuno, ucciderlo. Proprio perché è stato in grado di vedere, di capire.

B: Mi stai usando per crederti. Credere di averlo ascoltato, di averlo visto veramente. Come solo avresti potuto guardare l’azzurro di un cielo. Di un cielo che si perde nel tentativo di tornare alla fonte. Una fonte di perdizione.

A: Dato a lui, interamente con tutto il mio respiro, taciuto e urlato al contempo. Questo amore scritto.

B: Lo senti il bianco che circonda?

A: Sento lo sguardo che ha preso tutto. Parlo del respiro che sale dal mare. Parlo di un ombra celestiale. Di quest’ombra dell’esserci.


MONOLOGO

Una voce femminile. Riconoscibile e distinta, ma senza donna. Senza volto. Una voce nota e inconfondibile, che appartiene a una donna di cui a un tratto non si vede più niente. Si ignora tutto. Appartiene all’ignoto di una donna che sta tutta nella voce e nel senso delle parole che dice.


LEI:

Un volto. Un nome, e dietro: solitudine. Una solitudine che non si può fermare. Uno scritto che non si compirebbe mai se sapessi come fermarla….a volte mi sento vuota per tutto il tempo che viene prima, dopo, e non durante un istante in cui aver trovato da vivere. Quando l’istante passa torno a riabituarmi, lentamente, alla solitudine che sono. Stessa e diversa solitudine di sempre fuori da un istante in cui aver trovato da vivere….e anche tu. Sorpreso a parlare con il vento. Anche tu iniziato al divenire delle ceneri. Anche tu senza più mani. Più volto. Perduto….pensare alla morte è la mia maniera di essere autentica. Di sentirmi poi, sentirmi. Sapermi veramente. Sapermi ritrovare attraverso questo pensiero estremo senza direzione…saper tornare….è l’amore che ti porto la mia maniera di arrivare a tutto l’essere percepibile. Al sentire. Fino al punto di sentirmi veramente viva…ti do la mia pelle. La mia voce. Tutto il mio respiro. Ti do il mio sguardo smarrito in questa terrificante ma dolce immobilità dove divento incapace di pensare….prendimi come sono e come voglio morire vivendo: con la coscienza della morte sempre espressa in faccia…ti do tutto di me. Ed è il tutto che sono e che ancora mi rimane prima della fine. E’ amarti: la mia maniera di vivere la disperazione. Di rispettarla. Di imparare a convivere con la disperazione. La solitudine. Il dolore di dover morire. Non agonia, no. Dolore….forse di rendere più sopportabile. Più vivibile. Sopportabile. La bestia imbalsamata in un esile gabbia di luce….a volte anche la menzogna serve. Serve a non cadere. A tentare di rimanere attaccati, incollati a qualcosa di vivo. Un episodio di vitalità. Come improvviso, istantaneo senso di calore umano. Corpo. Sorriso. Lacrima. Soprattutto dolore: essenza di un sorriso….da tempo non cerco più di capire. Non cerco più….vienimi accanto. Non vedo più niente. Vieni. Presto. Non sento niente. Toccami. Sono senza verità. Guardami. Voglio stare sempre appoggiata dalla parte dove batte il cuore. Chiudi gli occhi. Taci. Non muoverti più. Sono arrivata al punto di sopportare la mia presenza fisica solo perché quello è anche il punto in cui perdo completamente la sensazione del mio corpo. Il fatto è che a volte credo di prenderne coscienza così lucidamente da non sapere più se esisto. Da non avere più alcuna nozione di quello che credevo di essere. Semplicemente mi possiedo fino ad annullarmi. Guardato. Toccato. Accarezzato con tutto il corpo questo annullamento. Starci dentro bene come l’unico posto in cui una come me potrebbe stare. Abituarcisi col tempo come a una mano, i piedi. Sto sempre lì murata di silenzio. Lasciata sola nel disordine del pensiero. Raggelata dal caos di tutta la mia persona. Sto sempre lì fasciata dal nulla come da una sottile pellicola di carne pensando che forse di me stessa solo la parola me stessa esiste. Poi ci sono attimi ipnotici come saltati fuori dal fondo del tempo con un immagine muta ebbra colma solo di me conscia solo di dover morire. Sì, è questo inoltrarsi all’interno di un vivere senza lasciare traccia…solo un particolare dei tuoi occhi che si chiudono piano. Sì, è questa dispersione in se data tutta, interamente al mare. Da dove viene la malattia? Da questo dettaglio dell’azzurro? Oppure dalla Totalità di ciò che esiste, di ciò che E’. Dal sentimento diffuso della luce lo spazio, da tutto quello che c’è intorno, è ovunque in maniera molteplice eterogenea atemporale. Ho bisogno di un urlo adesso, nulla di fisico, qualcosa che viene da fuori, ma inorganico come una forza vitrea che percorre le ramificazioni confuse dello spazio e il tutto disformi. Questo albero divampato. Ma il grido continua a consumarsi in sé, esangue, nel tentativo di arrivare al grido. Di arrivare al silenzio.


LA COPPIA

Vuoto interno di stanza. Sfondo di luce gialla. Lento camminare delle ore con il mare. Sordo rumore di mare dappertutto. Ovunque. Orecchie. Corpo. Cranio. Cranio. Abbandono dei sensi a improvvisa freschezza. Immediata freschezza di mattonelle verdi. Immediate facce. Bocche. Dettagli minimi. Impossibili facce. Bocche. Situazioni di corpi su mattonelle verdi. A flash positure. Particolari minimi. A flash movimenti. Lentezza. Pausa. Positure. Contorsioni . Lentezza. Pausa. Vicinanza. Pelle contro pelle. Ventri. Sudori. Volti a contatto. Caldo di lacrime. Caldo d’orgasmi. A tratti frescura di lucido verde. Volti. Mani. Pelli a contatto. Carnalità in atto su mattonelle verdi. Lampi d’ocra. Carni vive. Pensieri. Sguardi. Paura. Sorrisi. Complicità. Lacrime. Batticuore. Pianto. Flash di rosso. Di bianco. Su verde. Tracce di rosso. Vischiose. Su verde. Vischiosità. Lentezza. Lenta concretezza luminosa di realtà. A tratti momenti d’ocra alternati a buio. A tratti sfumature di contorni. A tratti labile durezza levigata di realtà. Di colpo raffiche di oscurità tra rapido accumulo di parti del corpo. Caos di parti del corpo. Svelta chiusura in silenzio di bacio. Ultimo tremito. Immobilità.


CAMMINANDO UN GIORNO IN UN SOLE SUL GRETO….

Sì, è l’impalpabile soffio delle cose assenti. Sono io…

E già lo spavento che costringe a rallentare il passo fino all’immediata sensazione del sole sul viso. Il lento, dolce illanguidirsi di tutti i sensi in quel nembo dorato di dimenticanza e abbandono inerte al puro semplice esistere. Di fronte: è la calma immobile di una strada bianca unica guida nell’ora meridiana entro quella dimensione sfocata del sonno in cui ogni palpito formale sembra fiammeggiare indisturbato. Respiro il tremulo odore del caldo. Solo un silenzio di siccità sonora fra le inafferrabili aridità materiche del sentimento. Solo questa mia disperazione sentimentale tutt’a un tratto, di colpo, lungo l’asciutta, terragna successività di un greto interrotta solo dal cadavere di un cane. Sono io. Continuo a camminare. Proseguo. Non so dove vado. Non so mai dove andare. Semplicemente entro nel farsi della riflessione. Nel rumore del sangue. Del mio respiro. Il passo regolato in istintivo ritmo è già una danza che passa con la fisicità e la terrestrità di un apparizione, un evanescenza, o il frutto delle cose oscure. Durante un accumularsi vibratile, plasmabile e vacuo di pensieri che impedisce al vuoto di manifestarsi interamente, condensarsi intorno, calarsi dentro sempre più irrappresentabile ombra del tutto, sanguinante, coagulato sipario d’alienazione ed estraneamento: mi guardo le mani. Le scruto. Forse con eccessivo interesse. Un immediata vertigine d’insensatezza e stupore mi svuota. Mi batte forte nelle tempie. Mi sento leggera, fluttuante, natante come una forma dell’astratto, o un effusione di musica senza suono: il mio corpo è tutto, una vibrazione senza senso. Mi accarezzo la gola. Poi una spalla e ancora la nudità della gola, del collo, del passo sempre regolare, regolare, regolare come il ritmo interiore di un grido mai raggiunto dal grido: l’Oriente mi trasporta. Cammino con la terra della luce in una lieve, tenue brezza estiva che mi spinge oltre. Oltre un istante di quel sole sulla pietra, la polvere, l’erba. Oltre un istante di quella morte sul greto: così. D’un tratto. Precipitosamente affiorata, salita su, fin negli occhi la chiara distinta percezione del mio essere lì o anche solo ogni minimo particolare modo del mio stare lì: in un mio disordine senza logica di senso. In quel mutismo cerebrale composto in faccia, ferma, immobile, sempre ferma: tutta cumulo di me stessa, frantumo d’altre mie durate e identità, reliquie d’altre consapevolezze, emozioni, sentimenti adunati, trattenuti, ispessiti come oggetti sparsi dentro un loro disordine del non senso. Rivedermi , così, esternamente, sdoppiata, in quella situazione oggettiva del mio corpo lasciato solo davanti all’imminente rivelazione della morte: quell’ombra di putrefazione sul greto e poi fulminea istantanea epifania del nulla anche fra i miei capelli. Sparsi. Anche sulla cera del viso, su tutta la mia bianca figura murata di silenzio mentre si allontana disillusa dall’inespugnabilità di quel velo della vista, l’ineluttabilità di quella pura intuizione di quel potere di vedere attraverso occhi di carta. Prestissimo strappo via il volto dallo sguardo assorto, mi tolgo dallo spazio divino, torno ad estrarre il mio corpo dall’attesa di Dio. Non sopporto il mio buio di carne. Continuo a camminare. Proseguo. Dimentico. Fingo. Vado in contro a me stessa. Un’amalgamarsi flessuoso di sensazioni vacue, a tratti, irrompe intriso di vita dal tessuto stesso del vivente, del pulsare dell’ora, del verde, il bianco. Lo sento. Sento quella strana forza che improvvisamente ho nel viso come un linguaggio di cui non possiedo il codice, un deserto inconscio che lentamente avanza cercando di spezzare l’acciaio, il limite metallizzato, la frontiera di psiche, di superare poi le zone nere dell’oblio, la necuia insinuata nella casa dell’essere, e arrivare in fine fino a me, a livello di coscienza. La sento quella certa forza che mi ha preso tutto il viso come un senso che viene mentre si offre alla forma, come l’esperienza del senso che perviene alla forma. O come uno stato di follia. Ma niente. Non c’è rimasta più nessuna traccia di me. Non sento più niente. Nessun istante in cui scoprirmi improvvisamente viva. Nessun ‘onda di passione che risalga attraverso di me. Soltanto niente. Niente che possa far credere di desiderare ancora o possa far pensare di aver sentito, toccato, accarezzato la carne azzurra di un bambino per violare il corpo della solitudine, impedire alla solitudine di modellarmi, sfigurare interiormente. Soltanto qualche istante incomprensibile poi, tornato su con l’afrore grave e stagnante del chiuso. Quel miasma. Miasma da claustrofobia. Un allucinazione di quel bianco poi, quel silenzio bianco e compatto. E’ una stanza vuota a venire avanti. A poco, a poco viene interamente conservata nelle forme invisibili di un passato, e interamente lasciata lì, con la paura rimasta intatta, in quel punto precisato del greto dove morta continua a cadere la luce. Non sopporto l’area metafisica di quel punto. Durante il tremore delle mani. Durante l’interruzione del corpo. Il silenzio. Nell’aria continua a vibrare appena quella sensazione presaga, quell’annuncio che sale dalla terra, avanza con i miei passi, cammina con il tempo. L’invisibilità assordante del tempo. Inebriante. L’odore, il suono, il sapore di ciò che senza volto resta. Tra l’impercettibile, innominato, sarcastico fruscìo dell’evidenza quotidiana. Il brusio interno ed esterno di questa vita che non ha nome, non ha nome per quelli che la vivono. L’imperturbato funzionamento dello schema consueto. L’impassibile autonomia del vivere dal dolore, l’errore, l’emergenza, l’abbandono, il dramma. L’innocuo passare del tempo. Così meravigliosamente, terribilmente innocuo. Io penso alla mia camera estrema . Penso ai miei silenziosi orizzonti di mura. Ai miei deserti segreti senza nascondigli. A queste grandi, sconfinate solitudini durante voci di padri assenti. Durante stratificazioni, incrostazioni di inespressi ormai divenuti sigillo, indizio di singolarità. Prezioso odore. Donna murata in se stessa , intrappolata tutta, interamente chiusa nell’inespresso che gli è proprio.

Sono io. Sono sempre io, sola, cammino. Non so più che ore sono. Il tramonto l’ho lasciato indietro in un tratto d’aria affrescato solo da quel fioco, fievole tremolio del rosso tra le sbarre di una cancellata. Sì, il tramonto è rimasto laggiù tra le rose, l’odore acuto e pieno, con la ruggine, il ferro. Ogni tanto qualche brivido di freddo entro un rapido passaggio d’ombra alternato solo dal tepore sempre più smorzato di una pallida zona di luce. E per qualche istante…mi sembra di sentire un odore di sottobosco, o anche solo fragranza umbratile , inesplicabile, incerta della terra madida d’humus e linfe vitali, affluire spontaneamente in me con un modo ondeggiante di combinarsi, associarsi all’imminente trascolorare delle forme , alla freschezza del preludio serale, a quel vento improvviso, insistente, selvatico. Sono io qui, sola. Sono sempre io, sola, cammino. Penso: ho bisogno di un istante in cui sentire di iniziare a vivere. Penso. Con l’emozione di iniziare da ritrovare intatta. Intera, e poi dolce e ancora calda. Appena un istante. Soltanto un istante in cui sentire di vivere: iniziare in quelle carni, nell’azzurro morbido di un bambino. Solo quasi sottile, inavvertibile accadere d’essere. Rumore del sangue. Respiro, sguardo. O solo quasi impossibile, impercettibile accadere d’essere nel sole, realizzarsi dentro per riportare alla presenza saper tornare. Prolungherò il mio cammino in direzione della piazza. Sì, è questo quello che voglio fare: arrivare in piazza, passarvi attraverso come in sogno, in una visione tuttavia estraneamente personale, di triste oscillamento da nera spessa treccia, con cui mi piace guardarmi o immaginarmi esternamente ridotta ad un personaggio puramente celebrale, a un puro dato del pensiero impresso sulla dura indifferenza del molteplice. O a un andamento d’ombra che si trascina dietro quella privata scena di triste oscillamento tra i contorni del crepuscolo. Sì, andrò a fare quattro passi in centro con tutta l’interrogazione diurna della mia persona, già diversa da se stessa, ma sempre uguale al testimone: bendato, imbavagliato, testimone della dimenticanza, la storia, quell’istante di sole sulla pietra, quell’istante di pienezza e compiutezza del mistero entro l’essere mistero chiuso in sé, soltanto sul greto. Mi scrollerò dal viso quest’inconsolabile sguardo da raggelata maschera di testimonianza indurita sul contorno degli occhi. Entrerò nel sole o nella pioggia dei ragazzi. Andrò nel dolore di un sorriso. Procedo dunque, verso i movimenti e i rumoreggiamenti del sociale. Pensando di avere voglia di vino. Sì, berrò del buon vino rosso. Mi abbandonerò quasi subito da abbandono: da ognuna di quelle molteplici maniere di alienazione e di realtà. Con tutta l’interrogazione diurna della mia persona esteriorizzata, annullata prestissimo sulla fredda passività del molteplice o in quel vago sordo frastuono da simulacro urbano: dove guarderò vivere il tormento dell’immagine. Attenderò nascere il potere di un corpo come magicamente plasmato dall’irrealtà incantata della notte e affondarci poi, in quella notte , con un’ ebbrezza spontanea, dimenticando. Dimenticando perfino l’occhio delle parole, le scritture indecifrabili della luce, l’impronta del mio stesso volto, sul greto. L’essere nel divenire delle ceneri, cenere io stessa. E ridere e non pensare poi. Soprattutto fingere. Fingere ancora e a lungo prima di abbandonarmi totalmente nuda al definitivo e forte vento dei corpi sparsi. Troverò qualcuno con cui parlare forse. Dell’odore bruciato di ciò che più resta. Forse. Di quell’ombra carnale lasciata lì, nell’ombra, con le carni. Sotto la muta cecità del cielo: dove c’è ancora il mio essere io. La mia casa senza architettura. C’è ancora un altro cielo vuoto, colmo solo di sé, ebbro di pura follia. Per un solo breve attimo del vedere, del vero sentire, in cui aver trovato le parole da non riuscire a dire. Da dimenticare. All’istante. Nel tentativo di trovare l’uomo di questa notte…per affondare nell’orrore di essere normali, di essere con i piedi nel fango. Lo sentirò nell’assenza del mio corpo l’immediato avvento di una sua intima presenza rivelarsi timida e sommessa con uno sguardo di quel paesaggio alcolico: forse un’essenza dell’odore salino e remoto o poco mondo selvaggio respirato in brev’erba o forse una notte già disperata nel decomporsi dell’incanto ma sinuosamente scesa all’interno del mio corpo, sensuale e visceralmente mia. Fatta tutta, interamente mia. Passata su di me . Attraverso il tutto che sono, con una misteriosa atmosfera da fondale marino. Con tutta una luminosa grazia, l’oscurità di una luminosa grazia. L’oscurità del desiderio. E poi dopo, ancora, ancora una volta e sempre, a tratti levigato abbaglio di granito bianco. Tutt’intorno sole. Estrema calma. Calma. Solo la mia disperazione sentimentale tutt’a un tratto. Ovunque. Lungo l’asciutta, terragna successività di un greto. Solo una carcassa canina finita. Finita nel buio: qualunque esso sia.

torna alle poesie

Il delirio degli angeli



La grazia di esistere sotto il velo degli angeli è il mio cuore che viene con un nuovo vigore spirituale se ritrova i giusti passi della creazione

1-Nei freschi colori del giorno aprivamo i nostri silenziosi giacimenti
assorti in un ritorno alle cose stesse. Ed era come se il seme di Dio fosse disceso nelle nostre carni per insegnarci l’intenso rosario della vita: una vita che scavava dentro noi stessi fin dove aumentava la luce: una luce abbagliante dove l’anima apparve e il mio linguaggio di donna raggiunse la natura nel suo darsi. Nel suo offrirsi a questo cuore gonfio di disperata commozione per quegli occhi velieri che incantano e conducono pazze grida bambine verso vacillanti aquiloni di umiltà.
Se l’umiltà è un divino anelito di giustizia per noi che non abbiamo saputo vivere.

2-E le nuvole erano volti di pietra senza fisionomia per quando ti toccavo. Io la tua anfora prosciugata. Unica superstite di mutevolezze assidue nel girotondo macabro della vita.
Questo fu la nostra storia di sangue mescolato alla terra:  un fuoco d’impellenti impeti carnali avvinghiati a un essere dannatamente puro.
Ed era questo conflitto a indurmi a inginocchiarmi ai tuoi piedi e a lasciarmi senza parole
quando il corpo di nuovo avanzava con una sensualità che si rafforzava nel furore di un vortice
d’ istinti. Lasciavi a me la dolcezza dei tuoi baci: quel lieve soffio di vita che erano i tuoi sussurri, i tuoi bisbigli di preghiere che ormai cadevano in frantumi ma senza fare rumore, ed erano la grazia del tuo volto senza più luce.

3- Solerte tu spargevi i tuoi messaggi rigogliosi in uno sconsolato affanno di umiltà che ti voleva
nudo nell’anima e nella consapevolezza umana. Ed era questo flagello della tua assenza a indurmi
a nascondermi dietro un lembo di nostalgia o appena un velo della cecità che squartava il cuore di ciò che è sacro.

4-Ti sentivo navigare sempre più vicino al cuore della mia intimità: allora la tua effige mi circondava
ed era in ogni luogo e in ogni tempo prima che tu rivelassi il mio vero volto in un crescendo di fantasie maniacali e di violente emozioni catturate dai deliri della carne. Per quando ti infilavi sotto alle lenzuola a leccare il sale della vita. Giusto il tempo di affilare la lucidità dei tuoi sguardi aperti al pieno senso di un efferatezza bestiale. Per poi tranquillizzarmi nel vivo calore del sangue.

5-Volevo offrirti la mia anima, il mio corpo, le mie mani, la radice della mia crescita umana: che doveva essere il frutto della carne che ti portava nelle mie profondità a dettare parole disperse intorno al senso della compassione in quei primitivi deserti di infamia che ti hanno condotto  fino a me fino a patire insieme a me le più vicine grazie dell’inferno. Se non ho che questo fiore bruciato della mia vocazione a mettermi al riparo dai tenebrosi agguati di un tuo vivido intuire il cedevole paesaggio dei miei sensi agonizzare dentro la tua visione priva di contorni.

6-Sotto la gelida ombra del tuo ricucire il mio amore nella stoffa di una marionetta ignara della vita.
Ero solo una manciata di servili speranze che lanciavo verso il cielo con la mia congenita condanna, e scendevo a inumidire i tuoi piedi con le mie lacrime affamate di consensi. Con l’espressione della mia primitiva povertà che faceva di me un angelo sempre più vicino al cuore della tua natura criminale.

7-Tu avevi nello sguardo un fondo di passione e di crudeltà per quando mi lasciavi sola di fronte allo spavento e alla dolcezza della mia improvvisa sensazione di essere umana: di essere una  creatura vivente che voleva incidere sulla pelle del cielo la sua nera croce di testimonianza.

8-Troppo hanno visto i tuoi neri occhi sempiterni che esprimono la via di un'unica intatta fede.
Di un solo paradiso terreno dove io mi risvegliavo riaprendo i lenti occhi mentre il mistero rimaneva sempre quello dello spettacolo del buio se non fosse per quel duro letto di erbe che mi rammentava di aver toccato e accarezzato  nella tua tiepida pelle l’odore franco della povertà.

9-Quel tuo paradiso di stile e di cadute di stile incrinava il sottile funzionamento del mio intuire creativo se nei miei occhi sentivo scorrere la malinconia di un velo spento il mio cuore si faceva stanco di sorreggere questo dialogo di sguardi e di sfioramenti. Se estenuata io cadevo nel buio per acuire la mia sensibilità umana era te che vedevo avanzare con la lanterna dei tuoi occhi ardenti e al tuo cospetto scivolavo nelle viscere di una creatura muta e in attesa. Se non fosse per quel vuoto di me stessa in me stessa che io costruivo col farsi della parola mai saresti venuto a posare i tuoi fiori sulle soglie del mio sentire. Quella folgore del mio cammino di amarti, quel lampo di luce bianca che apriva la visione di me stessa accerchiata dal mio intimo sentimento dello spazio dove far parlare l’anima in un accadere Divino che mi lasciava sola e abbandonata nei deserti delle mie nere parole. 

9-L’amore che abbiamo ucciso ha fatto di me la prima pastorella macchiata di ingenuo sesso.
E ogni volta che mi penetravi mi portavi una morbida alba di preludi  rarefatti all’incontro con le mie labbra ossessive. Strisciavo sinuosa sotto il peso dei tuoi anni . Divoravo ogni dannato istante che tu riempivi con le forme vive del tuo pensiero: appena un rosso virgulto di baci intorno al mio volto tutt’occhi e genitali.
Per la paura di sentirmi crescere fra le mie larghe voragini di megalomania.
Per la paura di essere lasciata sola di fronte all’insorgere di me stessa.
Con la sbigottita impronta del tuo corpo ancora calda sul bianco del lenzuolo. Ho perduto tutto dei tuoi miracoli.

10-Ho continuato ad attenderti in una giornata piena di sole avevo negli occhi la vitalità miracolosa dei bambini in uno sparso gioco sul verde: ti ho atteso nei miei rapporti con il delirio per offrirti me stessa in una piena forma di devozione spirituale, con tutto il ferreo coraggio di donarti il mio corpo pieno di tracce di passione accese nel vento dei miei indeterminati contrasti di espressione perché mutevoli e molteplici sono le maniere di realtà e molte sono le sfumature dell’amore che mi ha dato vita e ha fatto di questa vita una calunnia indelebile e proibita. Per te avrei concepito il senso di una armoniosa alba d’amore risorta dalle pietre del pianto e penetrata nel sangue per ripulirlo di ogni nostalgia.

11-Mai mi avresti donato la tua calma pazienza se non avessi avuto quella pena negli occhi. E mai mi avresti dato la tua comprensione dopo aver fatto di me una amorevole rovina: un rudere di spente lontananze. Di lucide illusioni lasciate ai margini della fede. Quando ti vedevo svoltare per quel vicoletto che imbucavi lasciandomi sola in un contatto assorto con la mia presenza oscura e insieme divina e con quel germogliare di pensieri cresciuti all’ombra dei tuoi fiduciosi accostamenti tra un fascio di luce eterna e una stanza piena di buio ma di un buio ancestrale e fatto uomo che con la tua impetuosa Umanità avevi un buon fiuto per riportarmi all’origine dei miei silenzi e avevi grandi mani per impastare il pane della vita.

12-Ora posso dirti che anche la voce di un Santo può avere le sue prigioni. Sono stata iniziata al senso del mio linguaggio femminile divenire  un ombra lasciva per quando orchestravo il mio cieco assalto alla vita e all’abbraccio del Vivente perché ero una donna estremamente attaccata alla mia profondità dove solo sentivo pulsare il frutto maturo delle mie viscere: questa eucarestia di parole. Questi panni che non mi appartenevano nella figura di una donna di bell’aspetto divorata dalla sua stessa maschera divoratrice.

13-Isolata ai margini della mia inviolabile solitudine dai tuoi occhi incauti sprigionavi il mio essere dalla sua appartenenza all’ombra e se la bellezza rimaneva nascosta sotto gli strati del dolore ti sentivo avanzare in una pantomina di visioni offuscate che eludevano la vita stessa
eludevano le fondamenta dei miei svariati tentativi di edificare
un fiore che portasse la mia fronte bianca e avesse gracili membra che chiedevano più amore
e tutta quella magia dell’incantatore si disperdeva ovunque con i suoi volti assenti
ed io rimanevo lasciata sola nella penombra di una maschera ormai priva di passione
disarcionavo in me la carne più impellente al disatteso amore che al tuo cospetto
diveniva un cumulo di braci ardenti segno di una vitalità che ancora fremeva
nel silenzio delle mie tenebre: dove sentivo entrare la tua mano che si chiudeva
e poi scendeva in profondità dove si spezza il cuore.

14-Nel corso della vita l’ombra viene per rivelare la luce
ecco perché ti chiedevo di starmi sempre più vicino con il tuo dono di spirito e sangue spietato come il cielo che passa e ogni attimo ci sconvolge in una intensa febbre d’amore.
Feroce come la passione quando entra nel buio e lo fa carne
per un istante di sapori umidi e mordaci.
Eppure non ho mai avuto un nome per il tuo volto cosparso di Eternità
Per te che imprimevi sulla mia pelle l’odore sacro della terra.

15-Avevo un aspetto già pieno di donna per appoggiarmi dalla parte dove ti batteva il cuore
e lì accostarmi alla nudità di un bacio di luce sconfinato in quelle anime che sanno
riflettere il dolore del cielo. Ed io ti ho amato
in quei tuoi grigi occhi di memorie e ti ho portato un fragile sorriso
che era la mia carezzevole animalità di esistere.
Quando ancora credevo di poterti sfiorare nel cuore del tuo atroce silenzio
atroce come il senso precario della tua terrestrità che era una spietata voglia di luce.
Per quando riemergevi da te stesso
con in mano una rosa bianca che espandeva l’odore del fango e della povertà
ed era allora che ti vedevo risplendere in un colloquio intimo e sommesso
con l’ombra della tua natura divina.

16-Tu avanzavi con la luminosa promessa di un amore mai fino in fondo sfiorato
nella pelle azzurra di un bambino, mai fino in fondo contemplato nel risorgere di un’ alba
piena di grazia. E le mie lacrime di pietra erano un divenire di deserti sparsi fra le mie parole di povertà e fra le ombre stesse della civiltà Umana. Questa incognita era il mio tormento: che nella potente violenza del sole gettavo le basi del mio intatto credo e fondavo la mia sincera identità, ma tu hai fatto di me un ben più sincero inferno di sabbia che si squagliava fra le mie mani esigue: il disfacimento che io ero in quel tuo vento avido di carezze e di promesse vaste come vasta è l’illusione di essere felici: questo piatto nutrimento che io raccoglievo nel mio corposo palpito di nostalgie che si propagavano fino alle calme rive del tuo cuore quando spontaneamente avvertivo il ritorno della tua forte vitalità e delle tue alte emozioni accerchiarmi le membra in un cammino personale verso le Sante Verità.

17-Ho parole di polvere e di perdizione. E sono un’ assolo di tragico pianto per coloro che hanno avuto accesso al mio cuore. E hanno visto il mio essere ignudo visceralmente incatenato tra una gioia ed un dolore. Ogni donna ha parole di polvere e di perdizione e di difficile
accesso a quella statua sentenziosa che è la tua virilità. Tu che risali dagli albori della mia antica decadenza mi hai tutta rinvigorita: toccata nei sensi e nell’intenso mio cuore. In una atmosfera di sogni e di Idoli sognanti da cui cadevano lenti i veli del più autorevole disinganno. Ho riscoperto il piacere leggero di giocare con la vita, con la morte, con la tua agghiacciante Eternità. E di fronte è sempre la grazia del tuo sguardo che raccoglie la mia più intima preghiera.

18-Io ho sempre conservato la pallida memoria della tua tenace passione per la vita
che con le unghie nel fango ti abbarbicavi alle maniglie dei miei seni piccoli e feroci
e alla sessualità barbara di un femminile che si apriva intorno al tuo sentimento carnale delle cose
l’immediata sensazione della tua presenza aveva larghe braccia di malinconia che cullava i miei
sogni in un gioco troppo crudele. E gli orrori del mio sangue versato per te e per la nostra unione: era uno stormire di corvi biechi che scendevano a raccogliere i granelli del mio cuore
nell’atto di donarmi infinitamente alla povertà della vita, strada maestra del mio sacro essere
iniziata a un battesimo di spirito e sangue, o di poche, umide, sparpagliate luci.

19-Imbevuto di limpida e levigata concretezza del meriggio
era il tuo passo pragmatico a seguire scorci di asfalti e di pittoresche osterie dove la gente viveva il tempo di un sorso di realtà:  ad affievolire l’ora del disperato incanto. A smorzare lo smisurato abbraccio in una coesione di brani stracciati per la purezza che si animava
in un vestito troppo lungo.
Per quel coraggio di gettarti a piedi nudi nel tuo miserabile inferno: l’arida
platea delle tue parole più temerarie e i nostri istinti accordati in un pieno senso di libertà
ed io con te, animosi insieme di fronte a volti pieni di speranze mute
di fronte alle nostre visioni adombrate dagli aloni del dolore
Anche l’umile sostanza del mio cuore andava dispersa insieme con le carni.

20-La mia gaiezza eri tu quando tornavo a riceverti
nella tua natura profonda e sensuale.
E poi ascoltare il tuo brivido del sangue, sentirlo scorrere sulla mia stessa pelle
quando mi insegnava che cosa era l’ amore: una saggezza umile ma illuminata.
Una morale innata che ti portava quella grazia di esistere nel tuo dignitoso
principio umano di fondere armoniosamente gli opposti
il tuo sguardo celeste prendeva corpo in una verità che era insieme cosmica ed elementare.
Quando ci sentivamo chiamati a un dovere solenne che era quello di affrontare le proprie
guerre personali che altro non erano se non questo “orrore di dover essere normali.”

21-Il senso della compassione e del perdono mi veniva dalle tue mani scorticate che io non avevo il
tempo di curare perché tu scivolavi su di me con un furtivo passaggio d’ombra. E l’ombra era il dannato cuore di un angelo decaduto in un collettivo sterminio, e tu eri perduto quanto me in un selciato di lutti senza civiltà, senza splendore umano, senza gloria, senza storia: sulle rive di un fiume in cui ondeggiava il fiore nero della colpa e dell’essenza del male. Che erano anche le rive del nostro accarezzarci vicendevolmente dove abbiamo creduto di non morire mai poiché il nostro modo di amarci simboleggiava l’eterno respiro dell’impronta divina sulla nostra carne che chiedeva la terra e sui nostri occhi che chiedevano la luce.

22-Il mio sguardo era  sempre conscio di mostrare una maniera di soffrire.
Se il frutto della solitudine era una chiara fonte di nostalgia e se la nostalgia era una nostalgia del puro piacere di amare. Allora rinascevo dal mio spontaneo isolamento, lasciavo la mia camera estrema e mi mettevo a strisciare nel fango e a disperdere le mie gigantesche illusioni.
Se l’illusione cadeva con un suono mondano io scongiuravo la mia vera fame: la mia vera fame di briciole e pace.

23-Nella mia sete di civiltà mi accoglieva un nucleo di vita vera
E più nessuno credeva al bagliore fondo che c’è negli occhi di chi veramente vede.
E che cosa hai creduto di vedere tu? Profanata nel buio lampo del sangue
indossavo l’abito di una bianca esasperazione delittuosa e imparavo a giostrare i miei crimini.
Che erano una leale innocenza per quando ti allontanavi con le tue fredde distanze emotive.
Ed io tornavo a sapermi  ancora una volta illusa nell’ansia di comunicarmi totalmente libera ed accessibile e nell’urgenza di aprirmi a una nuova follia della carne.
Nel fondo di una fede che ha cresciuto i miei figli, tutte le mie creazioni: nell’ora più nera dell’anima si è eclissato il mio atto di amarti e di donarmi sopra l’altare della mia espiazione
a te che hai deposto il mio fragile corpo e hai fatto di me un grido divenuto la carne trucidata del cielo.

24-E tu vivo,sensuale, caldo sei penetrato in me con i tuoi occhi da bambino
e l’anima che ne traspare : che è come una primola delle rocce : questo cielo limpido che non si può placare.

25-Tu sei la forza distruttiva che al tempo stesso rigenera mio amore
e stai con i violini nelle sublimi altezze delle mie voraci nostalgie
è a te che voglio tornare e alla nostra isola bella dove possiamo giacere
aprendo i nostri eterni sentimenti.

26-L’albero secolare della tua salda esistenza ha fatto di me un suicidio di disperato amore.
la mia gola profonda ha versato grida d’agnello, e fiori, una fragranza di fiori che sapeva di preghiere spontanee venute dai sacrifici del cuore.

27-Abbiamo condiviso insieme esperienze di gioia e di dolore
Le mie lacrime affamate di luce hanno portato a questa fusione della gioia e del dolore.
Ed io sono rimasta appesa a un filo che si assottiglia ogni giorno di più
se tu più non vieni gigante buono a concedermi le tue letture sacre ed assassine
il mio volto torna a naufragare nella notte oscura e il mio cuore ha perso la visione della fede
ma io ho scavato silenziosa nella vita per incontrare stupefatta l’angoscia che è la mia ricchezza espressiva. E sono tornata ad accettare questo simulacro incrollabile del vero amore.

28-Sento la tua luminosa grazia pulsare nelle mie vene.
Sento la bianchezza del mare cullarmi attraverso il giglio della tua semplice vita
sento il sole sulle mie palpebre pronunciare il tuo nome
un nome che prende tutto l’amore che ho dentro
un nome che racchiude tutte le vocazioni.

29-Amo sentire l’immediata sensazione della tua carnalità
gocce di rugiada che bagnano appena la mia pienezza di donna
consacrata al cielo dei tuoi appelli più ispirati
sentire di appartenerti come figlia, come madre, come sposa, come semplice creatura
è un delirio d’amore star di fronte alla tua immensa Umanità.

30-Tu sei il mio pane quotidiano
un pane pieno di memorie celestiali
un pane pieno di terrosa intimità.

31-E’ un velo assorto il tuo amore
che si adagia sul mio cuore e lo perdona.

32-Adesso so che in realtà tu sei un potente assassino
che hai smantellato in me l’abituale bestia delle mie sinistre solitudini
e della mia appartenenza al dolore. E hai compreso dolcemente
che la mia follia non era follia ma solo un impetuosa bramosia del cuore.

33-Solo un istante di vero sentire tornato su con quel bisogno di sentirsi ancora in vita
tra l’essenza di amarti e l’essere che distrugge se stesso e poi si rigenera
in un seme di pura semplice follia. E a volte tu apparivi naturalmente di fronte al mio miraggio di esistere ed eri l’incantevole abbraccio di un mistero o di un evento solo materno che faceva di me l’ascesa di un amore pienamente incondizionato che tu gettavi in forma di petali sulla nera
terra delle tue rinunce.

34-Non sento più l’inferno di un intimità tutta celestiale. Per continuare a credere al senso della tua bellezza raccolta in pericolose sembianze. E continuare a non chiedere altro se non di poterti offrire a piene mani il mio sostanziale essere me stessa se non di essere lasciata sempre più vicina alla cauta natura del tuo erotismo. Perché tu faccia di me una croce fiorente, l’abbagliante luce di un faro ogni volta che mi permetti di aggrapparmi al tuo addome tenacemente. Che è anche il grembo di un Dio tiranno e criminale che spia il silenzioso farsi e l’avanzare della mia iniziazione: nell’avvenente tentativo di perdonare, di non sentire più i tuoi turpi pensieri sgusciare nei miei come viscide anguille. Prima di ritirarmi con quanto c’è di buono per riposare all’ombra di questo mio cuore disintegrato, ma ancora dolce, e indenne.

35-Nella bianca luce dei miei lenti giorni di empietà io
ti ho atteso e ho amato sentire il tuo volto composto in una muta preghiera
se i sentieri del mio divenire: erano ancora una me stessa incatenata a una natura di donna che trovava pace solo fra le tue vaste braccia che erano anche il verde ulivo dei tuoi occhi colmi di immagini cupe e di una sinfonia disfatta dai coraggi dell’amore. Sono stata la grazia ed il disprezzo di molti sguardi ladri di parole: paradossale ingorgo  che si strozzava in gola  e
non germinava altro che caos e orrore, e tutte quelle radici morte da scalfire nel tuo nutrirmi e farti custode della mia ignuda fralezza.

36-Ti ho cercato nella tua personale esperienza del dolore e ho scoperto l’esistenza in me stessa di un icona del peccato che cammina con il male. Nella copiosa nudità delle tue mani sono stata una bella arrendevolezza di piacere ma tu mi hai fatta crescere fino a fare di me: “un ‘agnello sacrificale”, che tu volevi rendere sacro lo spazio del tuo cuore aperto ai luoghi dove era sparso il seme: senso della tua sostanza esistenziale. Per quando mi annullavo in una fioca luce di livore e l’amore era un inibizione sigillata sulle mie deboli carni : che erano anche fornaci di parole forti, nate per sbranare il senso della vita: attraverso l’esperienza viva del mio cammino solo apparentemente spirituale per via di quella tenue nebbia mattutina espansa sui vulcani del mio proliferare immagini sensuali e inconsce. Per via di quella mente che insinuava lo spavento e il senso della colpa tra gli avvoltoi di un seminario sempre più sprofondato nelle nostre carni  di dolore. E a sopravvivere fu soltanto il cuore.

37-Con un fervore sempre più irrequieto aggredivo in me stessa lo sbriciolarsi di una scrittura esangue.
Ciò che rimaneva di questo fervore ideativo e di questa vita. Sbranato in ottuse carni o nel tonfo sordo dei miei sensi abbacinati oltre il limite in cui mi lasciavi nuda e scompigliata
In un difficile dimenticare il tempo della grande paura
negli episodi di un: “ terrificante voler vivere”
tornare al dolce battito cardiaco della Grande Madre
anche quando l’istinto di sopravvivenza viene meno  lungo i porticati assolati
di una nenia dell’essere che si chiama malattia: se è vero che l’esistenza
è solo un gioco del nulla.

38-Se mi avvicino al centro esatto di me stessa mi accorgo di ritrovarmi immobile e deserta in una notte fonda di silenzi. E quel primo forte accenno di intimità può volubilmente tramutarsi in lieve senso di pace quando sgrano i miei occhi nel cuore di una sinuosa preghiera
che diviene un linguaggio ispiratore, una gemito di  generose risposte, una giustizia
caritativa: una sacra indole di donna.

39-Io ero invischiata quanto te nella rete dei nostri ricordi più plasmati dall’immaginazione emotiva. Se non fosse per quella tua lucidità di gettare l’ancora nel molteplice sensibile di una realtà
che ridefinivi con ardore costruttivo.
Dove io ero quel frutto maturo che nessuno assaggiava per la mia paura e la mia fredda estraneità di accogliere l’amore.
La tua passione era un canto che veniva
con l’alba fino alle soglie dei miei piedi illuminati in un cammino verso il dono di sentirsi comuni,
questo fu il tuo sedurmi alla resa, e ti ho amato di un amore che approdava alle sponde di demoni ed angeli nati dalle nostre nozze con le forme incarnate del destino.

40-Ero inquietamente tesa in un desiderio esausto, in una attrazione allo stremo
per quando sgranavi i semi di una corona fatta per redimere il senso indecifrabile del nostro essere carnali. Una costituzione indicibile del reale che mi asciugava la gola e scavava nell’uomo
un’arida desolazione di angosce e induceva me nei deserti:  sempre pronta a morire di sete.
Ma con l’ardore di dar vita a un ultimo respiro che gridava il tuo nome con la forza di una promessa vasta quanto vasto è l’orizzonte dei tuoi occhi risvegliati. Commovente sfinge del presente che incanta e disincanta questo mio consueto vivere attaccata alla mia profondità quando tu accogli il mio sentimento del vero in un abbraccio naturalmente umano e divino.

41-La luce non accadeva mai o era l’esile fiamma sul finire di una atmosfera di candele creata per esaltare ingannevoli canti di devozione: semplicemente non sapevo ancora di possedere un anima sincera, per dirti che il mio amore non è altro che questo: lo scorrere di un fiume sofferto sulle rive di un Umanità ancora inesplorata  fino a quando non ti è piaciuto disperdervi i resti di un lamento rosso sangue che ha fatto del mio senso del perdono una balena in panne , una bianca Cattedrale di naufragi le cui spesse radici affondavano nel mistero del mio cuore ottenebrato.

42-E’ un petalo di memorie ciò che sfiora la mia pelle e la imprime col fisico odore del sacro
se tu mi induci a inginocchiarmi con gli occhi gonfi di lacrime
mentre tu voli: e sei il mio pensiero magico, il mio talismano quotidiano
l’illusione di sentirmi protetta è una lucida pantera fra le sbarre dei tuoi sguardi obliqui:
questo mio fiore peccaminoso che si chiama malattia.

43-Perché io piango mentre tu danzi? E vuoi riemergere dalle mie lacrime per incantarmi tutta nella tua danza estatica e febbrile.
Là dove i miei demoni non possono più toccare la mia mente per farne un grido
là dove non può più raggiungermi il sepolcro del mio passato
il fantasma di sale delle mie lacrime e dei miei digiuni.



torna alle poesie
A mio padre


1-Ora sei una natura libera e sciolta che nel restituire il tuo dolore all’Universo
ascendi.
Il dolore che ti ha fortificato e rinvigorito.
La morte che ti ha sorpreso in un volo di assunzione e di salvezza.
Ed anch’io mi sono trascinata attraverso boschi sotterranei
dove ho riaperto gli occhi e risvegliato i miei sensi per ricoprirmi di selvatichezza
e fiutare il tuo insito odore di padre, il tuo odore del sacro impresso sulla tua fronte immensa.

2-Un giorno tu ritornerai a me calato all’interno di un nuovo sentire
verrà il giorno in cui ci ritroveremo lungo il fiume delle nostre esistenze
tu ascoltami perché è questa l’unica voce che so appoggiarti in grembo:
questo fiore terrestre  che si slancia verso l’alto, questo fiore strano
fatto per essere nel sangue delle tue mani e dei tuoi piedi.

3-Ho accarezzato il cielo con il mio grido redento: ho chiesto che il buio del tuo essere divenuto assente a te stesso non ricoprisse anche tutto il tuo volto perché è dal tuo sguardo che ha avuto inizio la mia storia.
Ti ho accarezzato freneticamente nel tentativo di spingermi fin dentro l’illusione della tua realtà
raccolta fra l’odore dei ricordi.

4-La tua mite presenza era una voce che mi spingeva oltre e mi consumava :
nel pensiero e nel sentimento.
E non mi restava altro che questa mia voglia figliale di toccarti nella luce bianca di un giardino
sprofondato di fronte al cuore dei miei atroci silenzi.

5-Volevo tanto connetterti alla mia gioia riflessa dalle fiaccole del dolore
volevo tanto abbracciarti nella tua forte passione per la vita
per questo mi sarebbe piaciuto dirti: semina i tuoi sogni perché un giorno saranno voci
io continuerò a disperdere il seme del tuo breve cammino lungo un sentiero di figure
già piene di oblio, tornate a naufragare nella perdizione di ciò che esse furono.

6-Io ho solo questo silenzio da donare: un silenzio che torna a colmare i vuoti
lasciati fra le ombre della tua esistenza
un silenzio che pare essersi su ogni luogo depositato: ad ammansire il doloroso smarrimento dei sensi sul preludio dei ricordi: e più docile ora l’immediata carezza del vento sul mio volto
tornato a riceverti in una preghiera.

7-Volevo spingermi oltre, ancora più in dentro fin nel buio dei tuoi silenziosi fondi di passione
a scalpellare pazientemente e con grande calma : quei mari, mari segreti e fortemente taciuti
mari di marmo.

8-Il dolore che ho di te è per far maturare la natura del mio cuore
il dolore che ho di te mi dissangua lentamente ed è una confusione immota di rami rossi
stagliati sulla piena misericordia dei tramonti. Ed è una consolazione dolce saperti vinto
vinto è anche il mio tentativo di amarti, il mio tentativo di perdonarti, il mio tentativo di perdonarmi.

9-Ho intuito la tua reale bellezza  solo sul punto di vederti agonizzare e forse fra di noi
poteva ancora nascere un fiore.
Un fiore che avesse il potere di illuminare i volti.
Mi è rimasto solo il tragico corpo di questo amore da offrire: ed è una mia personale visione della tua grazia.

10-Le tue mani venivano piano e poi si aprivano intorno al fior di loto della mia fragile ma aggressiva
giovinezza ed io guardinga riemergevo dalle acque sporche della mia compensazione a raffreddare le nature essenzialmente crudeli e le misere passioni dei miei ritornelli sulle soglie cieche di chi non
ascolta  né vuol sentire altro che questo senso di abbandono. Ed io tornavo a perdermi al contenuto dolce della tua voce.

11-Hai seppellito la tua ascia di guerra per incontrare stupefatto l’amore
l’odore del mio cuore in ricchi fiori di verità differenziate
ma dai fossi bui e freddi risaliva nel suo ruolo un dovere tardivo
una pioggia tardiva che era il tuo pianto d’agnello e la mia pena di madre
per quegli occhi spalancati e per la loro natura di ignorare l’ignoto
per le mie orbite clandestine in un cielo ormai pulito che ti redime e ascolta
sulle soglie dei mutamenti l’inconscio mio frantumarsi in mille fragori di voci
ricordi, impressioni, ombre del tuo viso debolmente visibili che risalgono e sono
lontane litanie: suppliche penetrate nelle ossa del tessuto umano, disperse attorno
antichi focolai, attorno nuclei di vita vera, il tuo pittoresco rimirarti attraverso scorci
di estati domestiche e pastorali di chi si sente appartenere al senso di una dignità
sepolcrale.

12-Ti sentivo affondare nel mio cuore con una morbida alba di perdoni
era il tuo amore che cercavo trafugare nella trincea del tuo essermi amico e nemico
amico e nemico della mia anima tesa verso l’orizzonte dei tuoi passi ancora vigorosi
e dei tuoi sensi catturati nel grande abbaglio che è la vita, una realtà che non ha lasciato tracce
sul mio gracile apparato di affetti né sul volto che impeccabile implorava la tua impassibile,
imperturbata presenza.

13-L’impeto del mio bene che si avventa su quelle quattro ossa uscite di scena.

14-Non eri tu un oculato, ponderato cavallo di battaglia?
eppure non abbiamo mai vinto la guerra e i conflitti che abbiamo scavato nelle nostre foreste interiori. Tu portavi il vino ed io portavo il pane per crederci al sicuro nella bianca oasi di un respiro e ho divorato la mia stessa faccia per gridarti il mio amore nel deserto e in ciò che la luce del deserto nasconde.

15-Quante volte ti ho chiamato per nome, quante volte ho gridato il tuo nome
prima di scivolare nel cunicolo incestuoso dove mai arrivava la luce del sole.
Quante volte ho visto
nei tuoi occhi quella singolare ingenuità che apriva i cancelli a quelle oblique masse di uomini
che mi circolavano intorno alle membra.
Mentre tu dirigevi una schiera di soldati affaccendati intorno alle ombrate
coltivazioni dei miei incubi.
Armata di pazienza e di perdono ritrovavo i tuoi occhi allegri ma mai nitidi
la tua figura robusta, il tuo braccio possente e avevo appena il tempo di confondermi
con i tuoi angeli e con i tuoi demoni per toccarti il livido cuore inappagato.

16-Era la tua fragranza mascolina a risvegliare i sensi della mia femminilità occulta e non ancora divenuta
Perché tu mai togliesti la maschera della tua inadeguatezza che rantolava sui selciati di una
primogenita ignoranza.
Né io precipitavo con tutto il mio amore in questa distesa sconfinata che era la mia solitudine inviolabile.
Dove tu tornavi con un volto incolore e serrato per tutte le volte che ho cercato di avvicinarmi
alla natura innata delle tue reali fattezze, e anche nella grande sofferenza sembrava  ancor voler
baluginare la luce di un cauto sorriso che era il tuo sguardo colmo di amore inespresso,
di sentimenti duri e  imprigionati nella lunga catena che è stata la tua vita.

17-In questa prateria di pochi spiccioli esauditi sentimenti il mio più autentico rifugio mi portava
il tuo nome.
La tua gioia di avermi creata e il nostro fallimentare crocevia d’ incongruenze di sciacalli che si nutrivano della mia carne a cui tu innalzavi piedistalli d’oro per una tazza di caffè. Ma io avevo te nella mente e nel mio cuore il tuo disordine umano, io avevo te e il tuo invisibile
il tuo appartenere a questa prateria  di angeli scorticati dietro ai quali cercavo i tuoi nascondigli
per mantenermi salda nella mia beata semplicità e nel mio illuminato orrore.

18-Ineluttabile umanità che ha infuso in me il senso della morte  e del sacrificio
ed io ho avvertito il tuo cuore una pietra bagnata di lacrime e la grandine scivolare in un
fuoco di  refrattaria nostalgia, immediatamente ho sentito l’intima
verità del mio amarti percossa dall’acuto brivido della nostra ignuda fralezza: attraversata da tremiti che correvano intorno al mio viso producendovi un lieve movimento sensibile che diceva: amami, pacificami e perdonami.

19-Potevo baciare i tuoi occhi sotto la volta del cielo e sentirli umidi come un tiepido angelo
potevo baciare i tuoi occhi per accorgermi che tu eri reale
nel tuo dolcissimo: vivere, amare, soffrire, sorridere, morire: dietro alle sbarre della tua
iniqua esperienza, che era un vivere invano, perché mai hai posseduto te stesso
mai hai conosciuto te stesso, ma eri grato alla tua inconsistente bellezza che perfino nella bara sbeffeggiavi i grossi leoni del territorio. Eppure io ti ho sempre atteso nell’aria dei tuoi isolamenti penosi consumava la rabbia
il mio pensarti e sentirti al mio fianco pesante immagine di menzogne che attraverso il terroso
umore dei tuoi giorni indulgenti mi trascinava.

20-Tu solerte navigavi nell’ombra remota della mia anonima tristezza, nell’angolo semioscuro
della tua poltrona marrone sempre silenzioso, assente, pacato, indifferente eri già una salma sotto al mio salice piangente che vibrava alla luce del sole e ad ogni mio corposo palpito mattutino e la sera si spegnevano le fresche luci nell’istante di un sospiro.

21-Vacillante memoria di  anime raggirate da quei parolieri a cui tu mettevi le ali per non credere ai  loro delitti mai confessati mentre mi attraevi nella chiara luce della tua grande terra. Comprendevo di non poterti ricordare con purezza se prima non toccavo con tutto il mio corpo questa terra fredda. Il tuo stile inattaccabile mi ispirava a riportare questa terra sul mio volto, sui miei occhi, sul mio modo di abbracciarti eternamente.

22-Dai tuoi temperamenti iracondi solo me lasciavi entrare nella sostanza dei tuoi pensieri
e il piacere di vivere e di starti accanto era un dono della natura, della tua natura di morire
per questo ho voluto toccarti in profondità dove risorge il cuore.
E il bianco foglio delle mie parole non dette e delle tue promesse mai realizzate
ha lasciato un vuoto, questo vuoto che non si può colmare, questo vuoto dove far nascere
la parola di Dio.

23-Tra crudi tramonti di sangue e tra agonie di fiori cangianti nell’atmosfera delle tue rovine io ti ho perduto. E non avevo ancora scoperto verso quale direzione avrei dovuto diffondere il mio amore
per un solo istante in cui aver creduto di poterti portare eternamente nella memoria del mio cuore
io seminavo l’essenza e la mia intimità con il sacro lasciavo a te le tue nomadi inclinazioni e le tue
maniere esuberanti in un vacuo esistere sognante dove nubi di tombe resistono il tempo di una occhiata.

24-In un istantaneo anelito di compassione ho visto il tuo freddo corpo inquadrato in una luce agghiacciante.
E la vita che volevo per me era catturarti nel tuo verdeggiante clima di allegrezze: dei tuoi occhi divenuti due stelle estranee e inafferrabili.
Ma tu sei sempre stato lontano anche se potevo sentire la tua armonia dispiegarsi in un volo
verso l’orizzonte delle tue quattro mura di solitudine: aperta ai segreti  fruscii della pelle
e al suono appena smorzato del corpo disteso nella sua sincerità sommessa, e per la tua immagine avevo carezze sempre più offuscate in un orda di sentimenti strozzati ai margini di un affresco
ben abbinato, che mi risvegliava all’immediatezza di tutta la mia incredulità.

25-Io ti ho amato nei tuoi bianchi sorrisi che definivano una condizione dilatata della tua anima
tu mi hai concesso di giocare con te nelle larghe strade della tua rischiosa generosità
che profumavano di fiori freschi appena raccolti nel campo del mio cuore denudato e affranto dal dolore di fare di te una decorosa forma dell’assenza: questo grido estremamente umano, questo mio
dignitoso dolore o queste mie orme di ferite incise sulla nera terra dell’angoscia
di saperti un pugno di ceneri disperse in un vento senza angolazioni.



torna alle poesie

Video


Per poter vedere il video occorre Java;
seguire questo collegamento per installare Java

The video available on this page requires Java;
follow this link to install it


Quel giorno uscii di casa con la macchina fotografica, non sapevo cosa avrei trovato. Ero solo sicura di voler cercare un immagine di desolazione e di volerla cercare in campagna. Stranamente questa idea si associava nella mia mente ai ruderi delle antiche coloniche disseminate un pò ovunque in queste zone campestri: brandelli di vecchie mura corrose dal tempo, la finestra di uno scantinato assalita dalle ortiche, la nudità delle mura impregnate di muffa, stanze solitarie abitate solo da qualche rimasuglio congelato dal tempo, reliquie simboliche di una testimonianza di vita. Tutto ciò che avesse l'aria di continuare a esistere in un totale stato di abbandono, nel mio percorso esplorativo cercavo di ritrovare il volto della mia stessa identità, il sangue delle mie radici, poiché queste zone morte della coscienza rappresentavano per me: l'involucro di ogni storia personale, il rivestimento della memoria, la pelle di un corpo che si raccontava senza parole, e anche quando ogni suono della natura taceva e scivolava nella sua muta intimità, rimaneva il cielo a testimoniare sempre la vita: quel sussurro vitale che sbocciava coi fiori e saliva dalla terra con un nuovo annuncio di perdute Primavere. E all’improvviso avvenne un immagine piena di vita che mi scaraventò completamente fuori dalla mia stessa ricerca, come se mi fossi scrollata di dosso ogni sforzo creativo di imprimere in quei cimiteri di cose il significato che avrebbero dovuto assumere nella mia animazione. Presi a fotografare la fontana freneticamente, da tutti i punti di vista possibili, fino ai minimi particolari della grata: foglie inzuppate d’acqua, incrostazioni perlacee, sprazzi di melma color lumaca. Non avevo un interesse particolare per quella fontana e non fotografavo quella fontana perché potesse rappresentare per me qualche cosa di “altro”. Di quella sua molle realtà, che non rievocava né condannava, potevo solo appropriarmene, farla mia fotografandola, “ri-fare” un prodotto fotografico. La cosa più strana era che quella fontana era l’unica cosa bella che avessi trovato quel giorno, ed era bella proprio perche non era altro che una fontana, una fontana che non serviva al mio progetto di animazione. Era bella come la corteccia di un albero, i sassi, la natura, la natura viva e sensuale delle cose, come tutte quelle cose che si è indotti ad amare semplicemente perche esistono. Più fotografavo la grata della fontana più nel mio spirito creativo questa prendeva altre forme, quasi subito mi venne in mente nella luce di un lampo che potevano nascere dalla grata milioni di storie che ispirassero a loro volta altre storie, altre intuizioni. Guardando attentamente la grata ci vidi improvvisamente: l’ingresso di un bosco kiefierano, gli oscuri e impenetrabili boschi di Anselm kiefere: “appartenente al filone delle avanguardie Neoespressioniste tedesche: colui che penetra la materia e trattiene lo sforzo incessante di lacerarla, colui che ne vive il dolore, la sofferenza di cui un atto creativo è fatto, è una sofferenza senza la quale l’atto non potrebbe mai compiersi. Ed ecco paesaggi saturi, brulicanti di presenze, voci angeliche, corpi spirituali che sembrano riflettere l’idea di una terra immateriale( l’inconscio) in cui tutto si nasconde e si rivela al contempo, fuorché quel lieve movimento sempre in divenire.” Più disegnavo i boschi e più li capivo perché mi confondevo e mi identificavo con la loro misteriosa bellezza in quanto fatta solo di silenzi, di pace e di sparse solitudini in cui l’io s’immerge per sentir vivere il bosco sulla propria pelle, come il senso di una preghiera, come l’intenso odore del Sacro. Disegnarlo era vederlo per la prima volta, renderlo visibile: “aprire un'altra volta gli occhi all’interno degli occhi aperti”- Win Wenders. Impossessarsi di una nuova visione: lasciare che questa nuova visione mi ricoprisse di selvatichezza, senza perdere il senso primordiale e il carattere autentico e più spontaneo del Sentire. Poiché possedere anche solo un attimo di vero sentire, significa in definitiva possedere se stessi . Un progetto di animazione che si fa “coscienza del bosco”e del mio momento “d’ esserci” . Disegnarlo è assimilare in me la sua vita pura ed essenziale come se esistesse una più “dilatata condizione dell’anima” dove le cose diventano più accessibili, o come se il corpo stesso profondamente immerso nel corso elle cose potesse talvolta ghermire qualche fugace parola. Ma di questo “ulteriore stato di realtà”, non rimane altro che il vuoto della solitudine: stessa e diversa solitudine di sempre che ne consente il contatto e di cui l’azione si alimenta. E a disegno finito ci sembra quasi di essere stati calati all’interno di un nuovo sentire. A questo punto il protagonista assoluto della mia animazione non è più il bosco ma è diventato un lucido sguardo di consapevolezza gettato sulla soglia del suo mistero in un attimo rivelatore di “vero sentire”: storta sillaba sfuggita al crepitio di un ramo o di una foglia secca, “attimo della parola”. “Quasi”, scrive Peter Handke, “si trattasse non d’altro che di fare il necessario silenzio in se affinché le cose tornino a parlare, perché tutto rinasca per chi sa ascoltare”. Far nascere il silenzio per percepirne la bellezza quasi divina o sovrannaturale. Io ho sentito per la prima volta quel silenzio in un bosco, e ho cercato di riprodurre l’effetto di quel silenzio nell’idea di un bosco che corrispondesse a ciò che la parola dovrebbe esprimere, se soltanto l’uomo fosse iniziato al senso del suo linguaggio.

torna alla home Press <>







torna alla home