Apecchio longobarda

 

PASSEGGIATA LUNGO ANTICHI CONFINI LONGOBARDI
Gaetano Dini, studioso del popolo longobardo.
(immagini di repertorio)

Caliamoci storicamente in epoca longobarda. L’odierna Città di Castello, chiamata in epoca romana Castrum Felicitatis, rappresentava l’ultima propaggine orientale della Tuscia longobarda. Al di la c’era il limes, il confine con l’impero bizantino della Pentapoli.
La città rappresentava quindi un punto strategico all’interno del dominio longobardo regio ed era infatti stata colonizzata massicciamente. Inoltre il presidio militare longobardo al suo interno  era particolarmente forte e ben armato.
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La conquista della città era stato un fatto stabile e duraturo, fin dalla prima ora. Longobardi di Città di Castello, una volta che ebbero conquistato la cittadina di Umbertide,

in un periodo imprecisato del loro regno di concerto forse con strateghi longobardi toscani, decisero di creare partendo da Umbertide un avamposto a consolidamento dei confini della Tuscia. Scelsero come zona quella dell’attuale Pietralunga un paese in provincia di Perugia che si trova, percorrendo strade interne, a circa 25 km. da Città di Castello ma separato da colline ed a 22 Km. da Umbertide, collegatovi con una strada diretta. E’ chiamata Pietralunga perchè è stata costruita sopra un massiccio di notevoli dimensioni che si erge alto sul terreno. Se i longobardi di allora la chiamassero in altro modo, non c’è dato  sapere. Strategicamente la zona era stata ben scelta. Nella piazza del paese si erge una magnifica torre longobarda di difesa del VIII secolo che meriterebbe per la sua architettura essenziale e cruda di essere riportata nei libri di storia dell’arte, come esempio di architettura di genere. Tutta la zona attorno a Pietralunga era senz’altro possedimento longobardo. Prendendo infatti con la macchina la strada che porta alla cittadina di Umbertide, dopo circa 5 km. di tragitto viene indicata sulla sinistra una località che porta il nome di Villa Longobardi, che non è altro oggi che un casermone adibito ad agriturismo, un tempo zona in cui si trovava senz’altro un fortilizio longobardo a presidio di quel territorio.
La stessa Umbertide, osservando un atlante storico, rientrava di poco all’interno del territorio longobardo della Tuscia, proprio a ridosso del confine con il territorio umbro posto sotto il controllo bizantino. Ritornando ora a Pietralunga, ci si deve concentrare sul percorso che porta verso il confine della provincia di Pesaro, nel versante di Cagli. Il confine si raggiunge dopo aver percorso circa 16 km., due km. prima di arrivare in località Pianello, il primo paese che si incontra in provincia di Pesaro. Dal Pianello a Cagli poi, sono circa 12 km.
Il territorio longobardo doveva finire probabilmente all’altezza delle attuali frazioni di Aggiglioni e Corniole che si trovano sul lato sinistro della strada, in territorio del Comune di Pietralunga. Dopo di esse doveva esserci qualche km. di zona franca, di terra di nessuno, nè longobarda, né bizantina.
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Se percorriamo la strada comunale di Aggiglioni e Corniole, in parte sterrata, ci si immette nella strada che collega Serravalle ed Acquapartita ad Apecchio. All’altezza di questa strada, all’epoca si doveva rientrare senz’altro in territorio bizantino. Continuando invece lungo la strada statale, le località che corrispondono al Pianello, a Secchiano e verso il Monte Nerone a Massa, Valdara e Serravalle, dovevano essere i primi villaggi che si incontravano appartenenti alla Pentapoli bizantina.
Ritornando indietro nella strada verso Pietralunga, circa un 6 km. prima del paese c’è una deviazione a destra con una strada che si inerpica in salita e si dirige verso un altro versante, quello di Apecchio, ultimo paese della provincia di Pesaro sulla strada che porta a Città di Castello attraverso il valico di Bocca Serriola. La strada in argomento è un saliscendi continuo in parte asfaltata ed in parte sterrata. E’ una strada conosciuta solo dalle persone di quei luoghi che sono poi le uniche a percorrerla. Mentre la si percorre, un occhio attento si accorge che prende sempre più forma il confine di un antico territorio che da invisibile e muto per i secoli trascorsi si fà man mano più definito e nitido. E’ il confine, il limes del territorio longobardo con quello bizantino, sul versante che porta ad Apecchio.

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Dopo circa 2 km. di questa strada ecco incontrare la località di Castelfranco, nome certamente medioevale. La località consiste oggi in un edificio con piccolo bar/ristorante annesso ed in posizione vicina, di una bellissima chiesa di costruzione medievale. Varie case sono sparse attorno alla frazione. Qualche centinaio di metri prima di arrivare alla chiesa, ci sono dei ruderi che appartengono al castello medievale di Castelfranco, certamente riedificato su un fortilizio longobardo posto in quel punto a difesa dell’estremo confine della Tuscia, di quel confine che da lì si  affacciava sul versante del Monte Nerone, territorio bizantino.
Continuando a percorrere la strada, dopo un 5 km. da Castelfranco si incontra la frazione di Castelguelfo, altro nome medioevale. Castelguelfo consiste in qualche casa lungo la strada e posta su un poggetto, in una bella struttura con piccolo campanile, un tempo una chiesa, con caratteri architettonici simili a quella di Castelfranco. Anche questa è una struttura medioevale ma riedificata certamente su un avamposto longobardo, posto a difesa di un confine che si fà  sempre più vicino al territorio bizantino di Apecchio.
E’ da notare come i longobardi, popolo germanico abituato all’essenzialità, costruissero queste guarnigioni militari unicamente per uomini in armi, in linea una con l’altra a mò di luoghi di posta collegati a Pietralunga, sede dove c’era la vera Fara longobarda, con l’insediamento di parecchie famiglie longobarde e di molti uomini in armi. Continuando a percorrere la strada, dopo circa 2 km da Castelguelfo si incontra la località di Pian della Serra, costituita da una casa padronale gigantesca, da una casa colonica di fronte ad essa e da parecchio terreno attorno disseminato di muri e casette. Doveva essere stato un vero fortilizio, militarmente attrezzato più degli altri due. Difatti da Pian della Serra si vede benissimo a valle il paese di Apecchio, distante esattamente 4 km. percorrendo la strada con la macchina.
Apecchio era l’ultimo paese della Pentapoli bizantina, nel versante di Città di Castello. I Longobardi presidiavano quella parte di confine, con i fortilizi di Castelfranco, Castelguelfo e Pian della Serra mentre il confine longobardo continuando da Apecchio verso Città di Castello, doveva trovarsi in un punto imprecisato del valico di Bocca Serriola, forse dopo il suo scollinamento, senz’altro con frapposto un territorio di zona franca, di terra di nessuno così come per il confine longobardo nel versante di Cagli.

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Infatti dopo circa 3 km da Apecchio sulla strada che porta al valico di Bocca Serriola, si incontrano in rapida successione le frazioni di Pietra Gialla, Osteria Nuova e Taverna. Taverna è costituita attualmente da alcuni casermoni disposti su tre file lungo la scarpata che dà sulla strada. Queste frazioni dovevano essere verosimilmente i luoghi di presidio più avanzati della guarnigione bizantina di stanza ad Apecchio e posti a guardia del confine longobardo/bizantino sul versante di Apecchio. Circa 5 km. dopo queste frazioni si arriva al Valico di Bocca Serriola, che si trova a 9 km. da Apecchio.
Il confine tra le province di Pesaro e Perugia si trova  attualmente a 6 km. da Apecchio. Dopo lo scollinamento si procede lungo la strada per circa 7 km. incontrando qualche casa isolata prima di arrivare alla frazione di Fraccano in comune di Città di Castello e distante da questa 8 km.. Entrando nella piazzetta della frazione si nota subito la disposizione delle case a mo’ di roccaforte, disposizione che richiama direttamente una pianta edilizia medioevale che riprendeva probabilmente  un’antecedente pianta longobarda. E’ verosimile che il luogo in cui sorge Fraccano, per la posizione in cui si trova a circa metà strada tra Città di Castello ed il Valico di Bocca Serriola, fosse l’avamposto longobardo a presidio del confine longobardo/bizantino sul versante di Città di Castello. I confini storici sopra descritti, sono rimasti oggi nella divisione territoriale di questa zona tra Provincia di Pesaro nelle Marche e Provincia di Perugia nell’Umbria.

Primavera 1996 – Fine Agosto 2004 – 6/7 settembre 2008
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I  LONGOBARDI

Il popolo dei Longobardi verso la fine del I secolo a.C. emigrò da territori scandinavi di non accertata ubicazione, alla foce dell’Elba in territorio sassone. Nell’Editto di Rotari come sede ancestrale di origine del popolo longobardo è riportata la terra di Scandanan che richiama nella radice del termine l’odierno nome della Scandinavia. Gli storici tutti insieme sostengono invece che Scandanan sta per Scania, la regione più a sud dell’odierna Svezia. Anticamente il popolo dei Danesi occupava la costa meridionale dell’attuale Svezia, il popolo dei Goti occupava invece un vasto territorio della Svezia centrale e dell’ovest. A nord del territorio dei Goti vivevano gli Eruli mentre il popolo degli Svei, famosi per l’alta statura e dai quali la Svezia prese poi il nome, occupavano i territori svedesi del nord est. I Longobardi essendo un popolo all’inizio poco numeroso, poteva forse vivere in un territorio cuscinetto tra quello dei Danesi e quello dei Goti, oppure in zone limitrofe a quelle di stanziamento degli Eruli. Essendo però i territori dell’attuale Svezia abitati da diversi popoli, più probabilmente i Longobardi potevano essere originari di zone dell’attuale Norvegia, allora meno popolata. Potevano forse abitare terre limitrofe alla odierna città di Oslo o terre ancora più ad ovest, tra la zona di Oslo ed il territorio chiamato anche oggi Rogaland, di cui la città più importante è l’attuale Stavanger. La Rogaland era  anticamente la terra d’origine del popolo dei Rugi, dai quali essa prese appunto il nome. I territori di origine dei Longobardi dovettero però essere sempre territori in posizione non costiera in quanto i Longobardi si possono considerare come “Vichinghi di terra”. Riguardo l’origine norvegese, la critica storica sostiene che il grande re longobardo Rotari, discendendo dalla nobile stirpe degli Arodingi appartenesse al popolo degli Arudi la cui antica sede originaria era la regione dell’Hordaland in Norvegia e che aveva in Bergen la città più importante. Infatti Rotari il cui nome in antico tedesco era Chrothar, apparteneva alla potente fara dei Crotti da cui prese il nome, fara questa che faceva parte del popolo degli Arudi. La fara dei Crotti come forse altre fare norvegesi, si unì verosimilmente al popolo dei Longobardi stanziato da qualche parte in Norvegia, quando seppe che questo popolo aveva deciso di emigrare. Il popolo degli Arudi si spostò in seguito nella penisola dello Jutland. Dalla Scandinavia il popolo longobardo si spostò in un’altra mitica sede chiamata Scoringa probabilmente da identificarsi con l’isola tedesca di Rugen o con la costa adiacente ad essa. Infatti “Scorro” in antico tedesco significava “scoglio, roccia” e l’isola di Rugen come del resto la costa di fronte ad essa, presenta rocce a picco sul mare. Qui il popolo dei Winnili ha abbandonato l’antica religione scandinava dei Vani, collegata ai culti della fertilità, divenendo adoratore del dio germanico Odino. Certi studiosi sostengono che il cambiamento di religione sia coinciso anche con il cambiamento del proprio nome da Winnili a Longobardi. Da Scoringa il popolo longobardo dopo qualche decennio è passato in Mauringa, termine che significava “Terra degli acquitrini”, da identificarsi probabilmente con il Meclenburgo occidentale dell’odierna Germania. Dopo pochi anni i Longobardi migrarono in Golanda, zona da identificare sicuramente con l’attuale Luneburgo, a sud della città di Amburgo. Riguardo questo insediamento presso la foce dell’Elba, sono rimasti come toponimi il territorio che prendeva il nome dai Longobardi, chiamato Bardengau sino al XIII sec. e l’odierna cittadina di Bardowieck, nei pressi della città di Luneburgo. I Longobardi chiamavano se stessi “Winnili”, termine che ingloba il verbo anglosassone moderno Win che significa Vincere. Senz’altro il termine Winnili stava a significare per loro i Vittoriosi, i Vincitori, i Prodi. A contatto con il popolo dei Sassoni, vennero chiamati Longobardi che verosimilmente significa “dalle lunghe barbe” in contrapposizione all’uso dei Sassoni di portare barbe corte, aderenti alle gote. Altra interpretazione fa derivare il loro nome dal possesso di  “lunghe alabarde”. L’antica amicizia con il popolo sassone è confermata dalla presenza di circa 20.000 Sassoni al seguito dei Longobardi durante l’invasione dell’Italia compiuta nel 568/69 dell’era volgare. I Longobardi rimasero in territorio sassone per qualche secolo per poi spostarsi a sud seguendo il corso dell’Elba. Un nucleo longobardo dovette però rimanere in territorio sassone in quanto è storicamente attestata la presenza di contingenti longobardi al seguito degli Angli, Sassoni e Iuti durante la conquista dell’Inghilterra del sud intorno al 450. Secondo Paolo Diacono i Longobardi si spostarono poi verso i territori di Anthaib, Banthaib e Vurgundaib. Termini di difficile collocazione topografica questi, ad esclusione di quello di Vurgundaib che verosimilmente significa “Terra dei Burgundi”. Queste terre vengono comunque collocate tra il Baltico e la Boemia. Le migrazioni dei popoli germanici nell’Est europeo sono state pesantemente condizionate all’epoca dalla pressione esercitata dal popolo unno. Comunque verso la fine del IV sec. d.C. dovrebbe essersi verificato lo stanziamento  longobardo in Boemia. A questo periodo risale il primo nome conosciuto di re longobardo, Agilmondo o Agelmondo. Ciò significa che solo allora i Longobardi sentirono l’esigenza di dare stabilità all’istituto monarchico, avendo precedentemente utilizzato lo strumento del Thing, l’assemblea degli uomini liberi ed il parere delle loro famiglie più illustri per prendere le decisioni importanti. Il popolo longobardo si mosse per diverso tempo lungo i territori attorno al Danubio per passare all’inizio del VI secolo in Pannonia, l’attuale Ungheria. Nelle loro migrazioni i Longobardi come anche i Gepidi, furono tra le tribù germaniche che vennero meno a contatto con l’Impero Romano, mantenendo intatti gli usi e costumi germanici. Il permanere del loro “Furor Germanicus” è dimostrato, ad avvenuta conquista dei territori italici, dall’impossibilità da parte di tutti i papi di instaurare veri rapporti diplomatici con questo popolo. La qual cosa era invece avvenuta prima con il popolo degli Ostrogoti e poi pienamente con quello dei Franchi. Nei decenni precedenti alla conquista dei territori italiani, i Longobardi, per motivi di conquista territoriale, avevano sconfitto in successione cronologica i popoli germanici dei Rugi (488), degli Eruli (508) e sebbene con forti perdite, quello dei Gepidi (552), divenendo così una nazione potente e temuta. A testimonianza dell’importanza acquistata dal popolo longobardo nello scacchiere politico dell’epoca, è il matrimonio avvenuto tra la figlia del re longobardo Vacone con il re franco Teodeberto I, nel 537.
L’imperatore d’oriente si affrettò subito a sancire il riconoscimento di un popolo così potente e pericoloso, come “foederato” dell’impero considerandolo strategicamente, per l’area geografica che occupava, in funzione anti-ostrogota.
I longobardi pochi anni prima dell’invasione dell’Italia, dovettero accettare la presenza come vicino del popolo asiatico degli Avari, stabilitosi anch’esso in Pannonia. Le popolazioni di ceppo mongolico che da qualche secolo migravano in Europa, mantenevano una natura selvaggia ed uno sprezzo della morte in battaglia superiore a qualsiasi tribù germanica. E’ anche in conseguenza della presenza di vicini così potenzialmente pericolosi che l’Assemblea longobarda (il Thing) decise di tentare la conquista dell’Italia, per cercare là quello spazio vitale che in Pannonia era messo sempre più in discussione. In base al Diritto Internazionale di quell’epoca, i Longobardi stabilirono però in accordo con gli Avari di poter rientrare in possesso dei territori della Pannonia in cui erano allora stanziati, qualora la conquista dell’Italia non fosse riuscita.
La vicinanza ed alleanza con il popolo degli Avari è dimostrata dal fatto che i Longobardi divennero allevatori di mandrie di bufali, animali asiatici fatti loro conoscere dal popolo avaro. I bufali degli odierni allevamenti del Lazio e della Campania, sono infatti i discendenti degli animali portati in Italia dai Longobardi. L’invasione dei territori italici non è stata un’impresa lasciata all’improvvisazione, in quanto il re Alboino era a capo di truppe longobarde alleate del generale Narsete durante la guerra greco-gotica di 15 anni prima. Durante la campagna bellica infatti, occhi longobardi attenti avevano valutato le forze militari bizantine dislocate in territorio italico nonchè le caratteristiche morfologiche ed urbanistiche del Paese.
I Longobardi hanno attuato una conquista fulminea del territorio italiano. Infatti i territori assoggettati nella prima ora hanno rappresentato la quasi totalità delle conquiste longobarde in Italia, arricchendosi solamente negli ultimi decenni del loro regno delle conquiste stabili di Parma, Reggio E. e Modena e di quelle temporanee dell’Esarcato e della Pentapoli, conquiste prontamente messe a disposizione del Papa da parte del re Longobardo Astolfo, dopo la sconfitta subita ad opera del re franco Pipino il Breve. I territori dell’Esarcato o Romania, della Pentapoli e di parte dell’odierna provincia di Perugia, sono sempre rimasti sotto il dominio bizantino, escluso il periodo corrispondente a quello degli ultimi 2 re longobardi, Astolfo e Desiderio durante il quale hanno subìto brevi conquiste longobarde con sistematici abbandoni dei territori, dopo ogni sconfitta patita dai re longobardi ad opera dei re franchi.
L’Esarcato comprendeva le odierne province di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì. L’Esarcato interno corrispondeva a parte dell’attuale Montefeltro, quello più vicino all’odierno confine romagnolo. La Pentapoli o territorio delle 5 città, si divideva in Pentapoli Marittima e Pentapoli Annonaria. La Pentapoli Marittima comprendeva le attuali città di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia ed Ancona (città che poteva venire rappresentata giuridicamente anche da Numana). La Pentapoli Annonaria comprendeva le odierne città di Urbino, Fossombrone, Cagli, Gubbio, Iesi.
Le due Pentapoli o Decapoli caddero negli ultimi periodi della dominazione, in mano longobarda fino a divenirne ducato. Il re longobardo Astolfo si era esteso con un movimento a tenaglia da nord a sud dell’Esarcato, conquistando parte dell’odierna provincia di Bologna dove è rimasto il nome di Budrio alla cittadina situata al confine piu’ a sud del territorio conquistato. Da sud invece era stato conquistato il territorio appartenente alle Pentapoli ed a una parte dell’Esarcato. Il limite piu’ a settentrione di questa conquista era rappresentato dal ducato longobardo di Rimini. Significativi sono attualmente in questa zona, subito dopo la fine della Provincia di Rimini, i toponomi di Budrio che è una piccola frazione posta sulla via Emilia dopo Savignano sul R., all’altezza dello svincolo per Longiano ed i nomi di Sala, Bulgarnò e Bulgaria. Sala è un paesino situato tra Gatteo e Cesenatico, mentre Bulgarnò e Bulgarìa sono due frazioni poste a nordest e nordovest di Gambettola. Probabilmente il ducato longobardo di Rimini finiva sulla via Emilia all’altezza di Budrio e decalava verso il mare passando per le odierne Bulgarnò e Bulgaria fino ad arrivare a Sala e da lì fino ad un punto imprecisato della costa sotto Cesenatico. Sala significava in lingua longobarda, insediamento soggetto a contribuzione fiscale, mentre i toponimi Bulgarnò e Bulgaria derivano verosimilmente da genti di razza bulgara lì insediati. Infatti al seguito di Alboino erano stati anche Sassoni, Gepidi, Svevi, Sarmati, Bulgari. Non era infrequente che in zone di confine longobardo, questi insediassero genti di altre razze che avevano un atteggiamento piu’ neutrale, con meno interessi personali rispetto alle popolazioni longobarde. Altro toponimo in questo specifico senso è Bòlgheri, vicino Cecina in Versilia. Il territorio che corrisponde all’attuale Lazio, chiamato a quell’epoca Ducatus Romanus, era possedimento del Papato. Dopo la sconfitta definitiva dei Longobardi nel 774 ad opera di Carlo Magno, il re franco ha posto sotto il potere pontificio anche il territorio dell’Esarcato, della Pentapoli ed il  vasto territorio umbro facente capo a Perugia. L’insieme di tutti questi territori è andato quindi a costituire lo Stato Pontificio che si è mantenuto tale fino alla costituzione del Regno d’Italia sotto i Savoia. I Longobardi durante la conquista dei territori italiani, si sono mossi sotto il comando di duchi con l’insediamento di “Farae” traslitterazione latina dell’antico verbo  germanico “Fahren” che significava Viaggiare. La radice del termine germanico “Fahren” si ritrova per analogia linguistica indeuropea, anche nel verbo latino “Fero” che significa infatti Trasportare, Arrecare, Spingere, Guidare, Condurre. Anche il termine “Fuhrer” del tedesco contemporaneo, possiede il medesimo significato. Erano infatti le “Farae”, spostamenti di clan, gruppi di famiglie che sotto la guida di un capo si spostavano velocemente, con grande mobilità, conquistando un territorio ed insediandovisi. Tutti i ducati longobardi dai più grandi ai più piccoli compresi anche i giganteschi ducati del Friuli, di Spoleto e di Benevento, sono stati fondati con il metodo delle “Farae”. Oltre alla divisione del territorio in ducati esisteva il territorio regio, che apparteneva al re dei Longobardi.
Escluso brevi periodi di interregno ducale, in cui peraltro i duchi hanno sempre dimostrato affiatamento tra loro di fronte a comuni nemici, l’istituto regale è sempre stato sentito come necessitante da parte del popolo Longobardo. La Corte longobarda si trovava nella città di Pavia come del resto lo era stata quella ostrogota. Altre sedi regie erano anche Monza e Verona. Al territorio regio facente capo a Pavia ed a parte dell’attuale Lombardia meridionale, era annesso anche il territorio della Toscana o Tuscia, non diviso in ducati. La Toscana aveva già subito sotto gli ostrogoti un massiccio insediamento, essendo una terra molto ricca e fertile. E’ presumibilmente da far risalire all’appartenenza continuativa della Toscana al dominio regio di Pavia, il senso di fedeltà dimostrato alcuni secoli dopo in piena epoca comunale, da parte di alcune città toscane come Pisa e Livorno all’imperatore di Germania, mentre la totalità delle altre città italiane lottava contro l’imperatore. Il popolo longobardo nella storia, è stato prima pagano poi a contatto con l’impero d’oriente ha accettato l’Arianesimo mantenendo sempre forti caratteri pagani. In Italia con la propria lotta secolare al papato, si è dimostrato fondamentalmente insofferente al Cattolicesimo.
Racconta Paolo Diacono che tra i longobardi, quelli che si sentivano più lontani dall’influsso della cultura italica e che mantenevano più intatti i loro costumi germanici, mostravano come terrifico segno distintivo esteriore la nuca e l’occipite rasati, i capelli con la scriminatura al centro della testa e pendenti sulle gote. Popolo prettamente continentale nelle sue migrazioni, ha sempre avuto un’idiosincrasia per l’acqua. Infatti non c’è traccia storica di cantieri navali longobardi in Italia, nè di una flotta longobarda. Le battaglie combattute dai Longobardi prima della loro venuta in Italia e dopo in territorio italico contro le milizie bizantine, papali e franche, sono sempre state battaglie terrestri. Dopo la sconfitta del popolo longobardo ad opera di Carlo Magno, le tracce del loro dominio bisecolare sono di non facile riscontro. Politicamente sono scomparsi, assorbiti all’interno del regno franco. Molti nobili longobardi, giurando fedeltà a Carlo Magno, hanno mantenuto i propri possedimenti perdendo però lo status di nobili longobardi, rimanendo invece nobili all’interno del regno franco d’Italia. Rimane come retaggio longobardo in Italia, l’uso da parte di molti uomini di farsi crescere la barba, usanza poco diffusa nel mondo romano antico. Nel campo linguistico, rimane qualche termine di origine germanica nella lingua italiana, come la parola Guerra, la cui radice è presente nell’anglo-sassone moderno War. Anche il termine dialettale veneto Toso, Tosa che significa giovane ragazzo/a, si fa derivare dalla storpiatura del termine latino Intonso/a che significava “senza taglio”, intendendo nel maschio la mancanza di barba e nella femmina, l’usanza longobarda di non tagliare i capelli alle ragazze vergini, fino a che non si fossero maritate. Inoltre i nomi di località che iniziano con Gualdo, derivano dal termine tedesco Wald che significa Bosco. Alcune cittadine italiane mantengono come prefisso il nome “Fara”, (v. Fara San Martino) di antico retaggio longobardo. Altro prefisso toponomastico longobardo è quello di “Sala” analogo al latino “Villa, Curtis” (v. Sala Consilina). Anche il toponimo Sondrio viene dal longobardo “Sunder” che significava “Separato, Distinto” (tedesco moderno Sonder, nelle parole composte). Lo stesso termine Budrio, essendoci in Italia un paese e più di una frazione con tale nome, non trovandosi un termine latino di riferimento come Budrium, Butrium, Budrum, Butrum, si lascia giocoforza interpretare come adattamento italiano del germanico Border che significa Confine, intendendo quindi con Budrio zona di confine di in ducato longobardo, grande o piccolo che fosse stato. Il toponimo Budrio viene anche fatto derivare dalla voce prelatina Butrium che significa Burrone, Scarpata. Inoltre i Longobardi hanno lasciato tanti nomi propri che sono entrati nell’uso italiano: i nomi di uso attuale sono quelli di Astolfo, Adolfo. Alberto, Alfredo, Enrico, Federico, Guido, Nello (da Neal), Roberto, Ulderico e tanti altri. In epoca medioevale erano diffusi anche quelli di Alberico, Garibaldo, Grimoaldo, Grisulfo… di cui oggi rimangono cognomi di famiglie come Alberici, Garibaldi, Grimaldi, Gridolfi. L’eredità longobarda rimane però soprattutto nei tratti biologici di tanti italiani di oggi che hanno capelli biondi, castano chiaro ed occhi azzurri.
Liberamente tratto da: Storia dei Longobardi Jorg  Jarnut Einaudi Editore I Longobardi Sergio Rovagnati Xenia Editore Storia Universale  Enciclopedia Vallardi

Internet

Rimini fine luglio 2004  08-09 e 11-02/2008  02/09/2008 11/12/22-06-2012

P.S. per sviluppare al meglio il “Confine” longobardo/bizantino bisognerebbe vedere se esistono lungo o vicino al suo percorso frazioni o frazioncine varie che terminano in Borgo/Bergo (Borg/Berg in germanico) o che presentano nei loro nomi radici che possano ricondurre a termini longobardi/germanici.
Inviate le vostre segnalazioni a     info@apecchio.net

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