Voci antiche

Tramanda la tradizione romana che durante l’era di Saturno gli Aborigeni (il termine

significa ab-origine cioè dall’inizio) siano stati i primi abitatori del Lazio antico.

Erano questi creature silvestri e possenti, nate dagli alberi.

Non avevano leggi né vita associata, erano nomadi vivendo in comunione con la natura

ed i geni protettori dei luoghi, Fauni e Ninfe.

I Fauni avevano potere oracolare ed erano depositari dell’antica poesia in versi “saturni”.

Gli Aborigeni non conoscevano l’agricoltura e vivevano di caccia e raccolta.

Secondo Varrone gli Aborigeni sarebbero stati originari dell’agro reatino.

Il primo loro centro abitato si chiamò Saturnia e sorgeva sul colle del Campidoglio,

chiamato colle Saturnius.

Camese fu il primo re aborigeno di cui si conosce il nome.

La leggenda narra come Giano giunto nella campagna romana, incontrasse la ninfa

Carma che aveva per dimora un bosco sacro in riva al Tevere.

Carma quando era corteggiata da un innamorato, lo esortava a seguirla e poi una volta

nel bosco, lo faceva morire di stenti in una grotta.

Giano innamoratosene, l’avvicinò ed ella tentò di ingannare anche lui.

Ma egli accorgendosi del suo tentativo di nascondersi prima di abbandonarlo, l’afferrò

e la possedette.

Carma allora gli conferì in dono il proprio potere assoluto sulle porte delle città.

La ninfa fece conoscere a Giano il re Camese che apprezzatolo, condivise con lui il trono

sul Lazio antico, trono che Camese poi gli lasciò alla sua morte.

Giano divenuto unico sovrano, fondò il suo insediamento sulla collina che poi prese

il nome di Gianicolo.

Giano dopo la morte di Camese, associa a sua volta al regno Saturno, profugo dall’Olimpo.

Altra tradizione fa invece regnare i tre mitici re contemporaneamente.

Quinto Fabio Pittore infatti scrive che Giano teneva il lato sinistro del Tevere, in Etruria,

Camese e Saturno tenevano il lato destro del fiume, nel Lazio.

Saturno dio sapiente, ora anche re, insegna agli Aborigeni le leggi e le tecniche agricole.

L’etimo di Saturno viene messo in relazione col seme ed il mistero della germinazione.

Sator infatti in lingua latina significa Seminatore.

Saturno genera Pico, Pico genera Fauno e Fauno genera Latino.

Questi sono i primi re, mitici antenati della schiatta romana.

Questi antichi re erano veggenti e profeti, conoscitori di incantesimi e dell’uso delle erbe

che curano, sovrani di uomini e di animali domestici e selvatici.

Potere e compito di questi re era quello di ordinare il mondo instaurando la pax deorum,

cioè l’armonia tra uomini e dei fondata sulla “pietas” del rex.

Con la “pietas” il rex diventava sacerdote della società, garantendo lo svolgersi ordinato

dei cicli naturali, delle stagioni, garantendo la salute delle piante, degli animali, degli uomini.

Il rex presiedeva al culto pubblico, il pater familias a quello privato, domestico.

Pico è figlio di Saturno che è chiamato anche Sterculus in quanto concimatore di terreni.

Di Pico non si conosce il nome della madre.

Pico sposa Canente, figlia di Giano e della ninfa Venilia.

Il nome Canente deriva la propria radice dal verbo latino “canere” che significa cantare,

inteso qui come recitazione di carmi magici.

La maga Circe, respinta da Pico, per vendetta lo trasforma in picchio quando lui si trova

dentro la foresta per una battuta di caccia.

Dopo la scomparsa di Pico, regna sul Lazio suo figlio Fauno.

Dove finiva la protezione dei luoghi domestici da parte dei Lari, là iniziava la protezione di Fauno.

Fauno è quindi dio agreste per eccellenza, fecondatore di campi, moltiplicatore di bestiame,

nume protettore della fertilità delle donne laziali.

La sposa di Fauno era nella tradizione ora la ninfa Marica, ora Fauna, sua sorella, ora Fatua,

dal potere oracolare.

Fauno, chiamato anche Silvano, quando assumeva tratti da satiro, era dio fecondatore delle ninfe

dei boschi e delle femmine di tutti gli animali, garantendone così la riproduzione della specie.

Dopo la morte, a Fauno venne dedicato un culto presso Tivoli.

Lì, nella sua funzione di “genius loci”, Fauno faceva risuonare la sua voce oracolare dal folto

del bosco.

Figlio di Fauno è Latino, marito di Amata e padre di Lavinia, donna esperta in profezie.

Lavinia sposa in seconde nozze, dopo la morte di Creusa, Enea.

Enea è figlio di Venere, Lavinia discende da Giano e Saturno.

Entrambi hanno quindi ascendenze divine.

Alla morte di Latino gli Aborigeni ed i Troiani si riuniscono in un sol popolo, i Latini.

Dall’unione di Enea e Lavinia nasce Silvio, fratellastro di Ascanio.

Ascanio lascia a Silvio il regno della città di Lavinio, fondata da Enea ed a sua volta fonda

la città di Alba Longa.

Dopo la morte di Ascanio, il suo regno passa a Silvio.

Silvio diede il suo patronimico a tutti i re di Alba.

Giano e Saturno rappresentano nella tradizione romana il principio della regalità divina agli inizi

dei tempi sul suolo sacro del Lazio.

Questa regalità si vuole poi tramandata ai successivi re ed in epoca repubblicana ai magistrati.

Da Saturno a Numitore la successione regale è sempre patrilineare.

Con Romolo la successione diventa matrilineare, essendo sua madre Rea Silvia figlia di Numitore

(la moglie di Numitore è sconosciuta).

Da Romolo in poi sia durante la monarchia che in epoca repubblicana, la successione al trono

ed al consolato avverrà invece con il criterio dell’elezione basata sui riti augurali e sugli auspìci.

Dai re umani in poi veniva quindi meno come requisito per l’elezione l’ascendenza divina,

per cui la consultazione degli auspìci rimaneva l’unico criterio di selezione.

Il primo re di completa ascendenza umana è Numa Pompilio, uomo figlio di uomini.

Numa è insieme fondatore del diritto sacro e del diritto pubblico romano.

Questo re nell’esercizio delle sue funzioni, viene però assistito da forze non umane personificate

da Egeria, ninfa delle fonti.

Numa Pompilio

regnò dal 715 al 673 a.C..

Fondatore di ordinamenti civili e religiosi, istituisce vari collegi sacerdotali, i Pontefici,

gli Auguri, i Flamini, le Vestali, i Salii.

Opera anche una riforma del calendario portandolo da 10 a 12 mesi.

La critica storica è concorde nel considerare la figura di Numa del tutto leggendaria, creata

dai Romani a giustificazione dell’origine delle loro più antiche istituzioni civili e religiose.

Numa era nato nella città sabina di Curi che in sabino significava “Lancia”.

Da qui il nome di Quiriti ai primi antichi romani.

Sebbene fosse diventato re, Numa rimaneva uomo amante della solitudine e del silenzio,

amico dei boschi e delle fonti lontane, frequentatore di luoghi disabitati dagli uomini

ma eletti dai numi a loro dimora.

Numa sabino presenta le caratteristiche del sapiente delle epoche remote che nel silenzio

dei boschi sacri e nel silenzio della propria mente, dialoga con i numi.

Egeria è la ninfa che lo ispira.

Il nome della ninfa deriva probabilmente dal verbo latino “egere” che significa portare, trarre fuori.

Numa viene quindi dalla ninfa portato fuori dal mondo quotidiano degli uomini, dalle loro piccole cose, dai loro affanni, per entrare nel mondo del sacro, della conoscenza segreta della natura

al fine di istruirsi sulle cose divine.

Frutto di questa disciplina sacra, saranno per Numa una serie di libri da lui scritti, 12 di essi riguardanti le sacre cerimonie, altri 12 scritti in greco e contenenti trattazioni su temi filosofici.

Numa e le folgori.

I Romani nella storia avevano ereditato dagli Etruschi una complessa disciplina concernente l’interpretazione e l’esorcizzazione delle folgori.

Numa nella leggenda sale a tal fine sull’Aventino, colle che non faceva parte ancora di Roma

e che non era abitato.

Il colle era ricco di fonti e di piccole valli.

Qui abitavano Pico e Fauno, mitici re del Lazio ora divenuti geni tutelari del luogo.

Numa allora versando vino e miele nella fonte dove i due “daimones” erano soliti bere,

li sorprende, li assale, li lega.

Una volta vinti, Pico e Fauno fanno a Numa molte rivelazioni sul futuro e gli insegnano

i riti di purificazione e difesa dalle folgori.

Prossimo alla morte, Numa non chiese che il suo corpo fosse bruciato bensì inumato

all’uso sabino e che i suoi libri fossero sepolti con lui.

Scelse come luogo di sepoltura le falde del Gianicolo.

Il re che succedette a Numa è stato Tullo Ostilio, re guerriero, condottiero di eserciti.

Nonostante le vittorie militari e l’imposizione della pace ai popoli vicini, si verificarono

durante il suo regno segni e prodigi strani.

Sul Monte Albano erano piovute pietre dal cielo, voci possenti uscivano dai boschi ammonendo

i Latini a tornare agli antichi riti, alle prische virtù.

Inoltre una pestilenza improvvisa aveva indebolito le schiere dell’esercito del re.

Tullo su consiglio del Senato, iniziò ad officiare riti di espiazione, riti prima da lui sempre trascurati. Il regno di Tullo era stato infatti caratterizzato da una disparità tra esercizio della funzione guerriera ed esercizio della funzione sacerdotale.

Vi era mancata la “pietas” del rex che assicurava la “pax deorum”.

Leggendo uno dei volumi rituali scritti da Numa, Tullo si ritira in casa per mettere in pratica

quei riti descritti. Tullo era uomo d’armi, poco conoscitore di cose religiose.

La procedura rituale attuata dal re non fu corretta, così Giove irato scagliò una folgore sulla

casa di Tullo che perì nel conseguente incendio.

L’affresco che la tradizione romana con i poeti e narratori di epoca posteriore ci offre

di questo “Latium Vetus”, è quello di una civiltà contadina, agreste, a volte misteriosa,

in cui i culti officiati volevano propiziare dei e geni per ottenere da loro raccolti abbondanti, scongiurare epidemie di animali domestici, difendere da insidie varie il tranquillo lavoro dei campi.

Gli dei che popolavano questo mondo antico erano dei minori, silvani, dei semplici, dai nomi

per noi oggi desueti, dei colonici con funzioni prettamente agricole.

Saturno era protettore delle sementi, Opi era dea dei raccolti, Fauno era protettore del bestiame

da lavoro e delle greggi, Libero era dio della fecondità della natura e della vite in particolare,

Pomona era dea dei frutteti, Termine era dio custode dei confini dei campi.

C’era poi il dio Conso, protettore dei seminati. Il suo etimo deriva probabilmente dal verbo

latino “condere” che ha significato di riporre, mettere al riparo, nascondere.

Conso quindi svolgeva al contempo protezione sulla conservazione del grano immagazzinato

e protezione sulla buona germinazione nel profondo della terra.

La versione femminile di Conso era Ops Consua, dea dell’abbondanza dei prodotti agricoli

conservati nei granai.

Tellus in seguito chiamata Cerere, era antichissima divinità italica protettrice delle biade

e dei frutti della terra. Le venivano offerte le primizie della terra, frutta, favi di miele

e le erano consacrati come animali il porco, la scrofa, il montone, la tortora.

Era raffigurata con una corona di spighe sul capo, un fascio di spighe in una mano,

la falce per mietere nell’altra.

Culto primitivo questo tributato dai popoli mediterranei alla divinità matriarcale terrestre.

(Cerere in Grecia era chiamata Demetra).

Flora era dea della primavera in tutte le sue varie forme di fioritura.

Angerona era la dea del silenzio, del consiglio, custode dei segreti.

Le statue la raffigurano come una donna che tiene un dito sulle labbra.

Dea consona a quel mondo arcano, fatto di silenzi sacri e di rumori lievi.

Anna Perenna, dea dell’abbondanza dei prodotti dei campi e della loro conservazione annua

per gli usi cittadini (la radice Anna è infatti contenuta nel termine latino Annona, organismo

pubblico che sovrintendeva ed ancor oggi sovrintende al rifornimento dei generi alimentari

ed al controllo su qualità e prezzo di essi).

Affollavano questo arcaico habitat anche una schiera numerosa di Geni; le Camene, ninfe delle fonti,

i Penati, protettori del benessere domestico, i Lari, custodi delle terre abitate, dei campi lavorati,

delle strade percorse con i loro importanti crocicchi (crocicchio in latino: compitum).

Il Pomerio era il terreno recintato e difeso in cui sorgeva il centro abitato, la città.

Al di fuori del Pomerio c’era l’Ager Romanus, cerchio di terra con un raggio di 5/6 miglia,

delimitato da cippi.

L’Ager Romanus era terra abitata da case coloniche, era terra coltivata, terra in cui gli uomini

officiavano i loro riti agresti.

Al di là di questo Ager, ce n’erano altri sempre più esterni, l’Ager Gabinus, l’Ager Peregrinus,

l’Ager Hosticus, l’Ager Incertus.

A ciascuna di queste zone corrispondevano particolari riti augurali e propiziatori per il viandante.

Mie considerazioni

La critica storica contemporanea fissa a circa il 2000 a.C. l’inizio delle migrazioni indeuropee

dalle zone baltiche verso sud.

I Protolatini da quelle zone scesero nel territorio dell’odierna Italia in un’epoca non definita,

forse intorno agli ultimi secoli del 2° millennio a.C..

Le zone baltiche abbandonate da quel popolo ne hanno probabilmente mantenuto l’etimo,

vedi gli odierni nomi di Lituania e Lettonia.

E’ logico pensare che questo popolo possedesse già in sé tutte le tradizioni religiose e sociali

che poi dispiegò nei secoli successivi in Italia, dove espresse in forma compiuta le varie

forme di civiltà che troviamo descritte nei nostri libri di storia.

Il popolo genericamente chiamato dei Latini, dovette scendere nel territorio italico costeggiando

la dorsale appenninica, essendo in questo modo meno attaccabile dalle genti aborigene preesistenti, popolazioni villanoviane, che li percepivano come invasori, quali infatti erano.

La nazione madre di questo popolo in movimento doveva essere quella dei Sabini, alla quale appartenevano le varie tribù, i vari sottogruppi nazionali.

Infatti l’etimologia più accreditata del termine Sabino è da far risalire alla radice indoeuropea

S(w)e-bh(o) da cui derivano i termini germanici Sibja (parentela di sangue) e Sippe

(assemblea del popolo in armi).

Deriva anche da questa radice il termine indiano Sabh (assemblea, congregazione, società).

Quindi il termine Sabino poteva significare in senso lato “il Popolo, la Comunità”.

Una volta conquistati vasti territori dell’odierna Italia, il popolo sabino fissò la sua capitale

a Rieti, geograficamente posta all’incirca al centro dell’Italia, quindi suo omphalos (ombelico).

Il popolo che aveva conquistato il territorio italico non poteva agire che in questo modo,

cioè fondare la propria capitale al centro del territorio conquistato, centro insieme geografico

e sacrale.

Nel corso dei secoli seguenti, dalla nazione sabina si vennero a staccare in successione

i suoi vari sottogruppi, alla ricerca ognuno di questi di nuove terre di insediamento mediante

la pratica del “Ver Sacrum”.

Il primo Ver Sacrum può in ogni caso essere fatto risalire a quello praticato dai vari popoli

indeuropei e quindi anche da quello protolatino, quando ognuno di questi popoli abbandonò

il proprio territorio baltico di insediamento alla ricerca di nuove terre.

Ver Sacrum

Le genti italiche praticavano il rito antichissimo del Ver Sacrum.

Quando si verificavano calamità come pestilenze, carestie od incombeva la minaccia del nemico,

il popolo faceva voto di offrire agli dei le creature nate nella prossima primavera, sia esse uomini

che animali.

La consacrazione sottraeva così questi viventi al sacrificio cruento, creando per loro un destino d’eccezione. I nati infatti non appartenevano più alla comunità ma alla divinità.

Gli animali non erano più custoditi ma vagavano liberamente.

Gli uomini erano investiti di una sacralità che rendeva incompatibile la loro presenza in seno

alla propria comunità. Dovevano quindi lasciare il paese ed andare in cerca di un’altra sede.

Se la via era contrastata, dovevano aprirsi a forza il passaggio.

In questo viaggio cercavano l’apparire di un segno divino, ad es. un animale inviato dal Dio;

un Picchio (Picus) per i Piceni, un Lupo (Hirpus) per gli Irpini, un Toro per i sanniti.

La meta per loro era la conquista di una nuova dimora, di un loro nuovo destino.

Il popolo degli Umbri, staccandosi dai Sabini, praticò il proprio Ver Sacrum andando verso nord,

gli altri popoli lo praticarono verso sud, vedi i Sicani, i Sanniti, i Marsi, gli Aurunci, gli Ausoni,

i Volsci, gli Ernici, gli Equi.

Penultimo popolo a praticare il Ver Sacrum fu quello dei Piceni i quali si mossero anch’essi

verso nord rispetto l’asse di stanziamento sabino.

Questa migrazione è adombrata dal mito del re Pico, trasformato da Circe in un picchio volato poi via.

L’ultimo Ver Sacrum che i Sabini subirono fu quello praticato da proprie componenti interne,

cioè da quei Sabini che decisero di migrare nel Lazio.

Questo distacco è adombrato dalla figura di Enea, re straniero che sposa Lavinia figlia di Latino.
Alla morte di Latino il popolo degli Aborigeni di cui questi era re ed i Troiani di Enea si fondono

in un sol popolo, quello dei Latini. I Latini fondano poi nel Lazio la città di Alba Longa.

Si tenga presente che lo scrittore Varrone sostiene che il popolo degli Aborigeni viveva all’inizio nell’agro reatino. Quindi si può interpretare anche che gli antichi Aborigeni del Lazio, nel mito romano altro non fossero che il popolo dei Sabini, popolo pedemontano e montano.

Quando un gruppo di Sabini decise di scendere dalla Sabinia nel Lazio, questo gruppo prese

il nome specifico di Latini.

Enea, l’eroe straniero venuto da terre lontane, dalle cui gesta in terra italica nasce il nuovo popolo

dei Latini, può stare qui a rappresentare la componente innovativa, a forza centrifuga di una parte

del popolo sabino che decide di allontanarsi dalle proprie terre trovando sui colli albani una nuova patria, fondandovi la città di Alba Longa.

Il regno di Numa Pompilio rappresenta una perdita di livello rispetto alle epoche precedenti.

Infatti questo re garantisce la pace sociale (pax hominum) e la pace religiosa (pax deorum)

ma a prezzo di grandi sforzi, in quanto costretto ad adottare per iscritto leggi e regolamenti rituali.

Numa è costretto ad uscire dalla dimensione del mondo interiore, metafisico, per entrare in quella

del mondo esteriore, fisico, fenomenico.

Vi è costretto dalla legge dei tempi. La sua è già “l’età del ferro”.

Viene abbandonato così il “Fas”, valore interiore, invisibile, norma non scritta, per far posto

allo “Ius” che traduce il Fas in forma scritta di legge, dato che gli uomini di quei nuovi tempi

non erano più in grado di avere leggi interiori dentro di loro.

Il regno di Tullo Ostilio, re guerriero, rappresenta un’ulteriore caduta di livello rispetto

all’epoca precedente.

La dimensione del sacro vi risulta infatti ulteriormente affievolita a favore di quella del profano.

Rifacendoci alla tradizione esiodea, possiamo distinguere anche nell’annalistica romana

5 età dell’umanità.

L’epoca dei sovrani divini è divisa in due età, quella dell’oro (1^ età), coincidente con il regno

di Camese, Giano e Saturno e quella dell’argento (2^ età), coincidente con i regni di Pico,

Fauno e Latino.

L’età del bronzo (3^ età), rappresentata dal mito di Enea, epoca questa dei sovrani semidivini.

L’età degli eroi (4^ età), quella propria dei 14 re albani e di Romolo.

L’età del ferro (5^ età) comprende il periodo che va da Numa Pompilio a Tarquinio il Superbo,

epoca dei sovrani umani.

Sappiamo dalla tradizione indù che lo svolgersi di queste età dell’umanità dura esattamente

64.800 anni e che questo periodo costituisce un Manvantara.

Con licenza poetica, i Romani hanno applicato quella che è la durata del Manvantara indù

ad un periodo della loro storia mitologica molto più breve, ammontando questo a soli 2.000 anni.

Bibliografia

L’UOMO ROMANO Michel Meslin Ed. Mondadori – Milano

IMPERIUM Mario Polia Ed. Il Cerchio – Rimini

Enciclopedia Vallardi

Rimini, dal 28/11 al 03/12/2007

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